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Messori «È finita l’epoca dei noccioli duri» Che «sofferenze» nella partita delle popolari

Marcello Messori è uno dei massimi studiosi italiani dei sistemi bancari. Docente alla Luiss, è il direttore della Sep, la School of European Political Economy dell’università romana. Presidente di Ferrovie dello Stato Italiane, ha guidato Assogestioni. 
Professor Messori, il Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica al mondo, terzo gruppo creditizio italiano, rischia di diventare un possedimento straniero. Un’operazione inevitabile?
«Mi sembra che i soli gruppi bancari italiani con dimensione internazionale o nazionale adeguata per effettuare un’operazione di questa portata siano Unicredit e Intesa Sanpaolo. Non sorprendentemente, non paiono però interessate…».
Perché?
«La ragione principale sta nell’evoluzione del modello europeo di banca. Almeno dalla metà degli anni ’90, il settore bancario italiano ha avuto un quasi-monopolio nell’intermediazione della ricchezza finanziaria delle famiglie e nel finanziamento delle imprese. Questo modello, che è stato rafforzato dal consolidamento delle maggiori banche fra il 1997 e il 2002 e fra il 2006 e il 2007, ha cessato di essere profittevole con la crisi ‘reale’ internazionale e – soprattutto – con la successiva crisi europea. Dal 2011 è poco redditizio finanziare le imprese. I dati mostrano che, al netto delle rettifiche di valore, le nostre banche ottengono un rendimento unitario netto più alto acquistando titoli che non effettuando prestiti. Per i due maggiori gruppi bancari già presenti in Italia e altrove con una forte specializzazione tradizionale, che senso avrebbe fare acquisizioni per rafforzare la loro presenza territoriale?».
Se questa è la premessa, deve cambiare il modello, ma verso quale direzione?
«L’Italia ha avuto una forma peculiare di banco-centrismo, diversa da quella della Spagna e – soprattutto – della Germania, che non può riprodursi nel dopo-crisi senza rilevanti innovazioni. L’abnorme peso delle sofferenze e degli altri prestiti problematici è la spia che, fino al 2009, il settore bancario italiano ha erogato troppi finanziamenti a imprese troppo poco capitalizzate, coprendosi con l’emissione di obbligazioni bancarie a bassa remunerazione. Una parte eccessiva della ricchezza delle famiglie è stata investita in tali obbligazioni. Le recenti crisi hanno palesato le fragilità di questo modello. Ora, si tratta di sviluppare altri segmenti dei mercati finanziari italiani. Inoltre, la regolamentazione unica europea spinge verso una più radicale unificazione del mercato bancario continentale».
Quindi porte aperte alle banche estere?
«Un processo europeo di consolidamento bancario mi pare inevitabile. Peraltro, tale processo potrebbe avere una prima fase soprattutto nazionale. Per rimanere al caso italiano, è probabile che si parta da aggregazioni fra le nostre maggiori banche popolari; ed è possibile che ciò coinvolga anche Mps».
La fa facile, professore…
«No, non credo che sarà facile attuare questa prima fase di consolidamento domestico a causa della storia locale dei singoli attori. Il punto più importante da sottolineare è, però, un altro: in ogni caso, la prima fase non basterà a costruire realtà capaci di competere in un mercato europeo unificato. Sarà necessaria una seconda fase di aggregazioni transnazionali».
Quali rischi si corrono?
«Il più grave è che la fase nazionale sia utilizzata per blindare la struttura proprietaria dei nuovi gruppi, nati da aggregazioni fra banche popolari, al fine di ostacolare i successivi consolidamenti europei. L’interesse, che alcune fondazioni di origine bancaria mostrano al riguardo, è un segnale preoccupante. Le fondazioni hanno recentemente sottoscritto un accordo volontario che le impegna a non concentrare i loro patrimoni nelle banche conferitarie. Sarebbe gattopardesco se la diversificazione sfociasse nella concentrazione del loro patrimonio fra più banche. La crisi finanziaria internazionale ha mostrato che i rischi bancari sono fortemente correlati».
Ma se non ci sono le fondazioni chi formerà i noccioli duri?
«Il punto è proprio che, se si intende il consolidamento domestico come una tappa di un processo europeo, è inefficiente costruire noccioli duri nazionali. Si consideri, inoltre, che il processo non riguarda tutte le banche a proprietà cooperativa».
Sta per cambiare tutto?
«Perdono di rilevanza i presidi territoriali, le reti degli sportelli. Per esempio: alla fine degli anni Novanta, l’acquisizione della Popolare di Milano da parte di Unicredit avrebbe avuto una logica. Ora il gioco è cambiato e la partita ha regole diverse, che hanno respiro europeo».
E chi la vincerà?
«Quegli attori che percepiranno il cambiamento e saranno pronti a innovare. Non si deve temere l’arrivo di banche europee in Italia anche perché nel mercato europeo unico vi sono tante occasioni anche per i nostri gruppi più solidi».
Chi arriverà in Italia?
«Il modello bancario italiano è così tradizionale e poco redditizio da non essere riproducibile nel dopo crisi. Per attirare investimenti dalle altre parti dell’Europa, l’Italia deve essere in grado di disegnare modelli alternativi che siano praticabili e profittevoli. Poi le banche, che meglio conoscono la nostra realtà finanziaria (come quelle francesi e spagnole), faranno le loro valutazioni».
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