Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Messa alla prova non retroattiva

La messa alla prova non è retroattiva. Si tratta di una misura della quale va valorizzato soprattutto il profilo processuale e proprio per questo la sua prima fase di applicazione, in assenza di un specifica norma sulla fase transitoria, va regolata dal principio di ordine generale in base al quale tempus regit actum. A chiarire la questione è la sentenza n. 18265 della Corte di cassazione, Seconda sezione penale depositata ieri. Ma sul punto è atteso anche il giudizio delle Sezioni unite.
La Cassazione ricorda che con la legge n. 67 del 28 aprile 2014 è stato introdotto l’istituto della messa alla prova anche per gli imputati maggiorenni con l’obiettivo di offrire subito all’imputato, analogamente a quanto si verificava per i minorenni, un trattamento personalizzato per facilitarne il recupero senza il traumatico passaggio dal carcere e senza le conseguenze sociali derivanti da una condanna. Va però sottolineato come la novità ha avuto un impatto sia sul versante sostanziale sia su quello processuale, da una parte introducendo un beneficio che va a integrare una nuova causa di estinzione del reato e dall’altra disciplinando un nuovo rito che conduce alla definizione anticipata del procedimento.
Fatta questa premessa però la Corte si è trovata a dovere affrontare il caso di una richiesta presentata per la rima volta in appello da parte di un imputato già condannato in primo grado per i reati di truffa e appropriazione indebita. La difesa sosteneva che gli effetti sostanziali dell’istituto permetterebbero un’applicazione retroattiva con riferimento anche alle giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
In realtà, la Cassazione spiega che l’articolo 464 bis del Codice penale che individua un termine finale per la presentazione della richiesta di messa alla prova con differenze legate alla diversa natura dei procedimenti ma comunque restringendola al giudizio di primo, può anche rispondere a una scelta precisa del legislatore che avrebbe individuato in questo modo i procedimenti penali in cui la disciplina sostanziale può trovare applicazione.
Nella densa ricostruzione successiva, la Corte si sofferma sulle ragionidell’applicazione retroattiva della legge penale più favorevole e anche sugli sviluppi delle Sezioni unite penali per quanto riguarda gli atti processuali e le situazioni esaurite. In ogni caso, osserva la Cassazione, «il nuovo istituto della messa alla prova si configura come un percorso del tutto alternativo rispetto all’accertamento giudiziale penale, ma non incide affatto sulla valutazione sociale del fatto, la cui valenza negativa rimane anzi il presupposto per imporre all’imputato, il quale ne abbia fatto esplicita richiesta un programma di trattamento alla cui osservanza con esito positivo consegua l’estinzione del reato».
La Corte ne conclude così che la nuova disciplina è esclusa dall’ambito di operatività del principio di retroattività della legge più favorevole, come pure è da escludere un profilo di contrasto con la giurisprudenza della Cedu.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«Spero che l’instabilità politica in Italia non metta a repentaglio il lavoro sul Recovery Plan ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

L’annuncio ha stupito. Se non altro per i tempi. A poche settimane dall’insediamento dell’ammi...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

L’incertezza rimane molto elevata, per la dinamica della pandemia con le sue nuove varianti e per ...

Oggi sulla stampa