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Messa alla prova: istanza nella prima udienza utile

La domanda per accedere alla messa alla prova deve essere presentata alla prima udienza utile dopo l’entrata in vigore della norma. La Cassazione, con la sentenza 38267, avalla la scelta del Tribunale di Belluno di respingere la richiesta di sospensione del processo per l’applicazione dell’istituto, previsto dalla legge 67/2014, che consente all’imputato, in caso di reati minori, di evitare la condanna riparando il danno e svolgendo, con esito positivo, un lavoro di pubblica utilità. 
Alla base del verdetto sfavorevole un’istanza arrivata fuori tempo. La norma è entrata in vigore il 17 maggio 2014 , per i giudici la prima udienza utile era quella del 18 giugno, mentre la domanda era stata presentata il 9 luglio. Circa 40 giorni di ritardo che avevano fatto perdere al ricorrente il “treno” della messa alla prova.
I giudici di primo grado, infatti, pur riconoscendo che il nuovo istituto può essere applicato ai processi in corso, hanno ritenuto che, in assenza di una disciplina intertemporale, la dead line per la domanda coincida con quella della prima udienza che segue il giorno di entrata in vigore della norma.
Contro la decisione hanno fatto ricorso in Cassazione i difensori, sostenendo che la richiesta di accesso all’istituto può essere avanzata per tutta la durata della fase dibattimentale di formazione della prova e quindi, almeno fino all’assunzione delle testimonianze. La conclusione del Tribunale sarebbe, secondo gli avvocati, in contrasto sia con il principio generale della retroattività della legge più favorevole riconosciuto dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo sia con l’omologa disciplina del processo minorile, nel quale la messa alla prova è consentita anche in fase di appello.
Di parere diverso la Corte che si allinea alla requisitoria del procuratore generale che aveva chiesto il rigetto del ricorso.
Per i giudici della VI sezione penale è improprio parlare di retroattività della lex mitior nel caso di messa alla prova. Il principio, contenuto nell’articolo 7 della Cedu, è limitato «alle disposizioni che definiscono i reati e alle pene che li reprimono». Mentre il nuovo istituto è strutturato come percorso alternativo all’accertamento giudiziario e non incide sulla valutazione sociale del fatto il quale resta il presupposto per imporre un percorso che, se va a buon fine, porta all’estinzione del reato.
Essendo dunque fuori dal raggio d’azione del principio di retroattività della legge più favorevole non c’è violazione né della Cedu nè dell’articolo 117 della Carta per quanto riguarda la parità di trattamento.
Per la Cassazione la scelta, contenuta nell’articolo 464-bis comma 2 del Codice di rito, che nega la messa alla prova in caso di procedimenti pendenti all’entrata in vigore della legge se è decorso il termine per proporre la domanda è una scelta legittima, rimessa alla discrezionalità del legislatore. E il termine è quello individuato dalla Suprema corte.

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