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Messa alla prova, imputati in coda

Gli imputati giocano la carta della messa alla prova per sospendere il processo e ottenere l’estinzione del reato. Nei primi mesi di applicazione della nuova possibilità – introdotta dalla legge 67/2014 e operativa dal 17 maggio scorso – sono state quasi 5mila le istanze arrivate sui tavoli degli uffici di esecuzione penale esterna (Uepe).
Per l’esattezza, secondo i dati al 31 ottobre scorso del ministero della Giustizia che monitorano le domande, a chiedere di essere “messi alla prova” sono stati 4.798 imputati (o indagati). Di questi, solo 109 stanno già svolgendo il “programma di trattamento”, che include i lavori di pubblica utilità. La maggior parte delle istanze – metà delle quali arrivate dopo l’estate – è all’esame degli assistenti sociali degli Uepe, incaricati di elaborare i programmi e di individuare le strutture per i lavori di pubblica utilità: strutture che rischiano di non avere abbastanza posti, anche per il ritmo con cui crescono le domande.
Lo strumento
La messa alla prova offre agli imputati e agli indagati per i reati meno gravi la possibilità di evitare il processo e di mantenere la fedina penale pulita, se accettano una serie di impegni, legati al risarcimento del danno e al lavoro di pubblica utilità. «Si tratta di un istituto – chiarisce Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano – già sperimentato nel processo minorile, dove però i numeri sono bassi rispetto a quelli con cui si confronta il tribunale ordinario».
L’estensione dello strumento agli adulti nasce da una proposta di legge parlamentare, promossa, in primo luogo, da Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia della Camera: «La messa alla prova – spiega – da un lato è un’occasione di recupero per chi ha sbagliato una sola volta, dall’altro contribuisce a ridurre il contenzioso penale, permettendo ai giudici di concentrarsi sui delitti che creano più allarme». Un’esigenza sentita, visto il numero dei procedimenti penali: quelli con autore noto che iniziano in tribunale sono circa 1,3 milioni l’anno.
Come sta funzionando
A chiedere la messa alla prova finora sono stati soprattutto gli imputati del Centro e del Nord Italia: qui si concentrano circa 3.800 domande su 5mila. «Le istanze sono più numerose nei tribunali più efficienti – ragiona Roia -, dove gli imputati non possono contare sulla prescrizione».
Molte richieste arrivano da chi ha provocato un incidente stradale per ubriachezza; gli altri reati per cui è stata chiesta la messa alla prova sono soprattutto furto, spaccio di piccole dosi o lesioni. «Spesso sono reati – dice Bianca Berio, responsabile Uepe di Genova, Savona e Imperia – che nascono da comportamenti superficiali, in buona parte attribuiti a imputati con meno di 30 anni».
Sono gli Uepe a gestire i passaggi chiave della messa alla prova, a partire dall’elaborazione del programma da sottoporre al giudice. «Per farlo è necessario svolgere un’indagine sociale – precisa Rita Andrenacci, responsabile Uepe del Lazio – per conoscere gli imputati e le loro condizioni di vita. È un’attività complessa, che richiede da tre a sei mesi». Tempi che rischiano di rallentare la marcia della messa alla prova, se gli uffici non verranno rafforzati. «Ora – continua Andrenacci – siamo alla fase iniziale, ma a breve dovremo anche occuparci di seguire gli imputati durante lo svolgimento della messa alla prova».
Il nodo è poi «individuare le strutture che accolgano gli imputati – spiega Angela Magnino, responsabile Uepe del Piemonte -. Noi stiamo indicando gli enti con cui siamo in contatto per il lavoro di pubblica utilità già previsto per la guida in stato di ebbrezza». Si tratta di un canale che molti uffici stanno sfruttando, ma non tutti gli enti – perlopiù Comuni, associazioni di volontariato, comunità – sono pronti a inserire imputati per i vari tipi di reato. Senza contare che le strutture spesso non riescono a far fronte ai costi assicurativi e di sicurezza per farli lavorare. E mancano le indicazioni per stringere nuove convenzioni: dovevano arrivare dal ministero della Giustizia con un regolamento atteso entro metà agosto, ma non ancora varato.
Un segnale di aiuto agli Uepe potrebbe venire dalla legge di stabilità per il 2015, in discussione alla Camera. Con un emendamento del Governo, votato la scorsa settimana, è stata abrogata l’esenzione dalle spese di notificazione per le cause di scarso valore (fino a 1.033 euro) di fronte al giudice di pace: ora a pagare sarà chi chiede la notifica. Una misura che dovrebbe portare allo Stato circa 5 milioni l’anno, che saranno destinati agli Uepe.
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