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Mes, perché sì un azzardo voler fare da soli il nuovo debito? Sia utile

Nel 1922 Henry Ford, parlando della Ford T, scriveva: «Ogni cliente può ottenere una Ford T colorata di qualunque colore desideri, purché sia nero». Difficile pensare che i consumatori americani abbiano considerato questo limite come una loro vittoria, ma è altrettanto difficile pensare che non abbiano valutato positivamente l’idea di disporre di un’auto per 850 dollari (contro i 2-3 mila delle concorrenti). In termini odierni: prestiti Mes con il solo vincolo di destinazione — la sanità in senso lato — non sono quel che il governo italiano avrebbe desiderato (o, meglio, si era illuso di poter desiderare) ma forse, nelle nostre condizioni, dovrebbero essere meglio di niente. Il fatto che esponenti importanti della maggioranza e dell’opposizione se ne siano finalmente accorti segnala che forse la demagogia non è l’unico prodotto disponibile sul mercato politico e consente di concentrarci su altre questioni forse più serie.

Colpisce, ad esempio, l’entusiasmo con cui molti corrono oggi ad immaginare come spenderemo le risorse che a causa della pandemia, ci si aspetta che si riversino sull’Italia. La lista è lunghissima e comprende anche il ritorno in grande stile alle mai dimenticate Partecipazioni statali. Vorrei sbagliarmi, ma temo che il panorama che queste giornate di primavera lasciano intravedere non prometta tanta abbondanza.

Le prospettive
Immaginiamo di chiudere l’anno con una caduta del Prodotto interno lordo compresa fra il 5% e il 10% (il Fondo monetario internazionale ipotizza il 9%). Immaginiamo che le misure di politica economica già assunte o da assumersi finiscano per implicare un disavanzo compreso nello stesso intervallo (l’8% secondo il Fondo). Sulla base di queste ipotesi è lecito presumere che il rapporto fra debito e Pil finisca per attestarsi alla fine del 2020 fra il 150 ed il 160% (il 155% per il Fondo), con un incremento compreso fra i quindici e i venticinque punti percentuali rispetto ad oggi. Dato il debito in scadenza dovremmo dunque collocare nel corso dell’anno qualcosa di non molto lontano da 450 miliardi di euro di nuovo debito, di cui la Bce finirebbe per acquistare circa la metà. Una trentina di miliardi ci arriverebbero dal programma Sure e dalla Bei e, se prevale il buon senso, poco meno di 40 dal Mes.

Ricorreremmo al mercato per la parte rimanente. Un’impresa non impossibile. In fondo è anche meno di quel che avremmo fatto anche in assenza della pandemia. Ma a quali tassi di interesse? E, soprattutto, cosa sarà del 2021? Impossibile immaginare — per i motivi che vedremo — che il 2021 possa chiudersi su livelli superiori a quelli del 2019. Certo, rispetto al 2020 è lecito attendersi un qualche rimbalzo, ma — grazie anche alle rigidità purtroppo introdotte negli ultimi anni — certamente non un recupero. Lo scudo della Bce non svanirà nel nulla, ma non è immaginabile che rimanga inalterato nelle dimensioni. La clausola di emergenza del Patto di stabilità non è prevista durare all’infinito. Risultato: sarà il 2021 (un anno pre-elettorale) l’anno in cui la nostra finanza pubblica dovrà cominciare a fare i conti con la realtà e lo capiremo già in settembre. Il che spiega perché ci interessi così tanto una cosa come il Recovery Fund che – quand’anche entrasse in funzione – non potrebbe plausibilmente farlo prima del 2021.

Che le cose stiano così lo si intuisce leggendo fra le righe del Decreto liquidità. Su un fatturato complessivo superiore ai 3 mila miliardi di euro, i prestiti garantiti — direttamente o indirettamente, parzialmente o totalmente — dallo Stato copriranno una quota vicina al 13 per cento. Circa il doppio di quanto pesi oggi in media il prelievo fiscale (al netto dell’Iva) e contributivo sul fatturato. Tanto che ci si potrebbe domandare come mai lo Stato, piuttosto che passare per le banche, non abbia ritenuto semplicemente di rateizzare in automatico — usando le regole vigenti — una quota del gettito fiscale e contributivo relativo all’anno 2020 (piuttosto che chiedere alle imprese penalizzate dalla pandemia di indebitarsi per saldare i debiti con lo Stato).

La semplificazione sarebbe stata evidente, ma la realtà è che lo Stato avrebbe dovuto fare ulteriormente ricorso al mercato. E questo avrebbe contribuito a tirare e forse a spezzare una corda già abbastanza tesa.

La Fase 2
Risultato: le imprese usciranno da questa crisi avendo vanificato lo sforzo di «deleveraging» condotto in questo decennio. Difficile immaginare che possano tornare facilmente e rapidamente a investire. Per quanto riguarda le famiglie, è appena il caso di ricordare che all’indomani della crisi del 2008 si registrò una crescita sensibile del tasso di risparmio in tutta l’area dell’euro: l’incertezza l’aveva fatta da padrona. Non è escluso che il copione si ripeta.

Ergo: abbiamo davanti un 2021 molto difficile e poi anni di crescita molto stentata in un contesto in cui gli spazi per la finanza pubblica saranno esigui se non inesistenti. Quando l’Italia chiede il Recovery Fund non lo fa perché ha a cuore i destini dell’Europa. È semplicemente perché – nonostante quel che enfaticamente ci raccontiamo – non può fare da sola. Ed è un eufemismo.

È bene, in altre parole, non farsi illusioni. E prepararsi a una uscita dalla crisi lenta e molto faticosa (sempre che la buona sorte non ci regali una seconda ondata di pandemia o anche qualche indesiderata implicazione finanziaria della stessa). Alcune strade — ad esempio, una ventata inflazionistica come nel 1946 — sembrano per fortuna precluse dalla presente collocazione internazionale del Paese. Di altre — la revisione della spesa o le riforme strutturali — avevamo e avremmo bisogno come il pane, ma ci sono precluse dalla cronica debolezza della politica. Altre strade ancora — i prestiti «civici» — se non sono forzose potrebbero rivelarsi nulla più di un wishful thinking (salvo che non siano il veicolo per regolarizzare posizioni grigie o pregressi comportamenti evasivi).

Il Fisco
Rimangono — come al solito — le imposte (diverse dalla tassa inflazionistica) e non a caso la patrimoniale già spunta qui e là nel dibattito pubblico, nella sua forma più tradizionale o in altre sue incarnazioni (il contributo di solidarietà, i prestiti forzosi…). Sarebbe un serio errore macroeconomico, ma soprattutto sarebbe un grave errore politico: la conflittualità politica, già oggi elevata, finirebbe per diventare forse incontrollabile. Con tutto quel che segue. Sarebbe ironico trovarsi nelle condizioni di dover ricorrere all’altro Mes — quello veramente condizionato — che oggi non si vuole nemmeno nominare.

Servirebbero credibilità e preparazione. La seconda per raccontare le cose per quelle che sono veramente e la prima per risultare attendibili quando lo si fa. Ma noi sembriamo aver scelto una strada diversa. Il presidente del Consiglio ha dichiarato recentemente: «Quando si difende il Paese non si fanno calcoli. La storia è con noi». Se lo dice sul serio, accetti un modesto suggerimento: se c’è un momento in cui il Paese ha bisogno di qualcuno che faccia un po’ di calcoli, è proprio questo. E, nel suo interesse, lasci stare la storia.

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