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Merkel sul salva Stati «Roma decide da sola»

BERLINO — L’Italia «deciderà da sola» se chiedere aiuto al fondo salva Stati e sta portando avanti «con grande coraggio» il suo programma di riforme. Angela Merkel ne è convinta e lo ha riaffermato con chiarezza parlando ieri alla stampa internazionale e a quella tedesca. Ma più avanti non è andata, anche se l’Europa richiede «maggiori impegni comuni» e le scelte di un Paese, che è il nocciolo del suo ragionamento, riguardano direttamente tutti gli altri. Quando le è stato domandato, nelle prime battute della conferenza stampa, se fosse preoccupata di un possibile ritorno di Silvio Berlusconi, la cancelliera ha sfoderato tutta la sua diplomazia e, controllando un accenno di sorriso, ha detto di essere una «politica democratica che rispetta il risultato delle elezioni in tutti i Paesi». «Mi concentro — ha aggiunto — sulle questioni che adesso rientrano nella mia sfera di influenza in Germania». Una risposta secca, preceduta dal brusio e dalle risate del pubblico.
Ma le dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio italiano sulla necessità che la Banca centrale europea «batta moneta» hanno consentito alla donna più potente del mondo di precisare la sua posizione: non rientra nel mandato della Bce finanziare gli Stati e avere una politica fiscale, come ha chiarito anche la Corte costituzionale. «Mario Draghi ha sempre detto che le misure intraprese rientrano nella politica monetaria. E questo è importante», ha proseguito. E a questo proposito non si è associata ai malumori del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble che ha rimproverato il capo della Bundesbank Jens Weidmann per aver criticato apertamente le scelte del presidente della Bce. «Weidmann — ha osservato Angela Merkel — si preoccupa che la crisi venga risolta in modo sostenibile». Venendo a un altro dei grandi dossier di questo momento, il piano della Commissione europea per affidare alla Bce la supervisione delle banche dell’eurozona, la cancelliera ritiene che sia necessario non compiere passi affrettati. «Quello che ci ha danneggiato in Europa, particolarmente con i mercati finanziari, è stato fare annunci che alla fine non potevano essere realizzati».
Se ci vuole «tempo per fare bene», è anche vero che l’Europa ha bisogno di muoversi senza rinviare all’infinito gli obiettivi di grande respiro, come «una cooperazione più stretta, particolarmente tra i Paesi che hanno la moneta unica». Angela Merkel — che non sembra impressionata dal sondaggio diffuso ieri in cui la maggioranza dei tedeschi volta le spalle all’euro — ne vuole parlare al vertice dei Ventisette di fine anno e ha ribadito che si può uscire dalla crisi «più forti di prima». Certo, per farlo bisogna insistere sulla strada del risanamento, in primo luogo in Grecia, che deve restare però nell’euro. Come ha ribadito a Roma, incontrando il collega ellenico Karolos Papoulias, anche il presidente italiano Giorgio Napolitano, secondo cui la moneta unica «è una conquista irrinunciabile, che siamo decisi a salvaguardare».
Guardando ad Atene, la Germania respinge però le critiche di essere la paladina di politiche di austerità troppo rigorose. «Questi programmi — ha detto Angela Merkel — non li ho inventati io». Fatta questa precisazione, alla cancelliera non sembra spiacere del tutto, forse, di essere ritenuta in Europa «più responsabile di altri sulle decisioni prese in comune». Lo dimostra l’energia con cui si è confrontata ieri con le questioni di politica interna e la riproposizione, in vista del voto dell’autunno prossimo, della maggioranza nero-gialla. «Con i liberali esistono molti punti di intesa». È ben cosciente, e lo ha fatto capire ieri, che la sua leadership personale si rafforza. Tanto è vero che quando qualcuno le ha fatto notare quanto sia cresciuta la sua «influenza» in Europa, ha lanciato un affondo al suo predecessore, il socialdemocratico Gerhard Schröder. Anche lui ne aveva, ha detto. «È servita perlomeno ad ammorbidire il patto di stabilità».

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