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Merkel punta il dito contro Tokyo

Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, punta il dito contro Tokyo e la sua politica di svalutazione competitiva che rischia di trascinare il mondo in situazioni di ritorsione commerciale e barriere doganali così come avvenne nella crisi del 1929. La Merkel si è detta «preoccupata» dalla nuova politica monetaria giapponese, con il rischio di una nuova guerra delle valute globale. «Devo ammettere – ha detto il cancelliere ieri al World economic forum di Davos – che in questo momento il Giappone e la sua politica monetaria creano una certa preoccupazione». A soffrire sono soprattutto gli esportatori dell’area euro.
Se tutte le banche centrali si fossero comportate come la Bce, ha sottolineato il cancelliere, «avremmo meno problemi nel mondo». «Le banche centrali non possono risolvere i problemi strutturali, che spettano ai politici. Possono solo costruire ponti, mentre le riforme per recuperare competitività spettano ai governi», ha detto il cancelliere stigmatizzando indirettamente il fatto che la Banca del Giappone stampi moneta e compri a mani basse bond e azioni europee per abbassare il valore dello yen sull’euro e favorirne l’export. Sembra anche che la BoJ debba ora avvisare preventivamente il governo nazionalista di Shinzo Abe delle sue decisioni, con grave riduzione della sua indipendenza.
Intanto il Giappone archivia il 2012 con il più alto deficit commerciale della sua storia, pari a 6.930 miliardi di yen (78 miliardi di dollari) sulla scia di un nuovo calo delle esportazioni, anche per le tensioni politico-militari nei rapporti con la Cina, suo principale partner commerciale. Nel 2011 il Giappone aveva registrato il suo primo deficit commerciale dal 1980, a quota 2.490 miliardi di yen.
Molto negativi dati di dicembre, con il sesto deficit mensile consecutivo, a 641 miliardi, con esportazioni in discesa del 5,8% e importazioni in crescita dell’1,9 per cento. Una situazione che non farà demordere facilmente il governo Abe ma che sta creando apprensione in Europa e negli Stati Uniti.
Jaime Caruana, general manager della Banca dei regolamenti internazionali, ha detto a Davos che i banchieri centrali stanno finendo sotto una «pressione eccessiva da parte dei governi per promuovere la crescita e indebolire le valute». L’economista Nouriel Roubini, Mr. Doom, ha paragonato il «quantitative easing delle banche centrali anche per indebolire le valute ai rischi per l’economia quali il fiscal cliff negli Usa e il debito sovrano dell’Eurozona». E Roubini è uno che di solito azzecca le previsioni catastrofiche.
«Questa non è la giusta direzione. Quando una nazione danneggia gli altri Paesi, questi ultimi reagiscono con una rappresaglia e alla fine la competitività non sarà migliorata e le tensioni aumenteranno. Non si procede così in un sistema integrato globale», ha affermato a Davos Jacob Frenkel, chairman di JPMorgan international.
«Controllare la valuta è molto difficile, quasi impossibile – ha spiegato più cauto verso Tokyo Ali Babacan, vice premier e responsabile per l’economia del governo turco a margine di Davos. – La valuta è solo un elemento della competitività di un Paese che si misura in termini reali da mercato del lavoro, tecnologia, innovazione, brevetti, regolamentazione eccessiva o carente, peso della corruzione nell’economia. Tutti questi elementi sono più importanti della valuta. Il cambio si presta per i politici a dare la colpa delle proprie innefficienze all’esterno, è un’area di illusione economica mentre la realtà sono le riforme strutturali», ha concluso Babacan confermando che «Ankara correrà al 4% nel 2013».
Anche il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha detto l’altro ieri in un discorso tenuto a Francoforte che Abe rischia di «politicizzare» il tasso di cambio dello yen. «La politica monetaria non può sostituirsi alla ricerca di fondamentali sani», ha detto Weidmann. Situazione insostenibile e densa di pericoli.

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