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Merkel: «Controllo europeo sulle banche»

BRUXELLES — Davanti a una diga che scricchiola, l’eurozona, Germania e Commissione europea si ritrovano a Berlino e tentano di parlare in coro. Ci vuole «un controllo specifico europeo per le banche di sistema», dice la cancelliera Angela Merkel. Si deve anche discutere dell’«unione bancaria» che garantisca i depositi, fa eco il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso.
Ma queste parole sono state appena pronunciate, e il vertice fra i due leader non è ancora concluso, che da oltre Atlantico arriva una doccia ghiacciata, per bocca del portavoce della Casa Bianca Jay Carney: «I mercati restano scettici sul fatto che le misure prese finora siano sufficienti per garantire una ripresa in Europa e per rimuovere il rischio che la crisi si aggravi. Così, naturalmente, noi crediamo che ulteriori passi debbano essere fatti».
La delusione di Barack Obama trasuda da ogni rigo di questo comunicato. E mette anche in rilievo le incertezze e le ambiguità del vertice di Berlino. Barroso e Merkel, davanti alle proprie opinioni pubbliche e agli altri governi europei, avevano l’interesse di battere un colpo, anche in vista del vertice Ue di fine giugno. Ci sono riusciti affermando praticamente a una sola voce che «il mondo vuole sapere come noi immaginiamo l’unione politica che va insieme all’unione monetaria… Rigore e crescita sono due facce di una stessa medaglia» (esortazione della cancelliera) o «è impossibile avere crescita senza stabilità, o stabilità senza crescita» (riflessione di Barroso).
Accettando di discutere su una nuova organizzazione delle banche, la Germania non è arrivata certo a benedire l’unione bancaria: ma ha comunque mostrato un’apertura, anche se Angela Merkel ha precisato che tutto potrà maturare «nel medio termine». Altra apertura: il riconoscimento che il «fiscal compact», il patto di bilancio, è solo un «primo passo» verso l’integrazione europea: non è dunque la medicina miracolosa e unica fornita dalla farmacia Merkel. Ma un altro punto di rilievo per Bruxelles, gli eurobond, non è stato neppure inserito nell’agenda del colloquio.
Ci sono poi i margini di ambiguità, forse inevitabili in un negoziato così delicato e in un momento così confuso: se da un lato la Merkel, parlando di come sarà organizzato il «sistema di vigilanza» sulle banche («senza, l’unione monetaria non potrà funzionare»), invoca «più Europa, dunque più possibilità di controllo» per la Commissione europea, dall’altro sembra difficile credere che il sorvegliante principale siederà — non solo formalmente — a Bruxelles, o a Malta, o a Bucarest, e non a Berlino. Anche sul «fiscal compact» gravano molte nebbie: la cancelliera sembra sminuirne l’urgenza quando lo definisce solo «un primo passo», ma nello stesso tempo, proprio ieri, ha annunciato con il suo governo che in Germania l’intesa sarà ratificata nella prima settimana di luglio (un passo che qualche altro governo già interpreta come una forma larvata di pressione).
Intanto, Bruxelles ha smentito l’esistenza di un «piano segreto» della Ue per salvare l’euro. E ora l’attenzione di tutti torna a concentrarsi sulle imminenti elezioni greche, e sul vertice Ue del 28 giugno. Ma prima ancora, l’Unione potrebbe conoscere altre forti scosse: proprio ieri, segnali allarmanti sono giunti da alcune banche della Spagna e di Cipro.
Se le banche spagnole hanno bisogno di aiuto, lo dicano, ha fatto più o meno sapere il portavoce della cancelliera. E non si è ben capito se fosse un’offerta o un’educata minaccia.

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