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Merkel apre, avanza il piano sui fondi Ue

Il vertice dei leader europei di oggi deve finire in modo abbastanza vago da non tenere svegli la notte gli elettori tedeschi, ma in modo così preciso da addormentare almeno un po’ i mercati finanziari che guardano all’Italia. Politicamente ciascuno dei convenuti dovrà poter dichiarare l’esito una vittoria per sé: il premier Giuseppe Conte che chiedeva gli eurobond e Angela Merkel che diceva che mai ci si sarebbe arrivati finché lei è nella cancelleria di Berlino.

Come sempre di fronte alle missioni quasi impossibili, l’Europa cercherà di avanzare mascherandosi. Non ci saranno conclusioni scritte dall’incontro (digitale) dei capi di Stato e di governo oggi, ma una «comunicazione» di un presidente del consesso dal ruolo quasi notarile: Charles Michel, ex premier liberale belga, affermerà un certo numero di punti genericamente consolidati e accennerà alla strada che adesso si apre fino alla prima settimana di giugno. Salvo impuntature di Paesi piccoli come l’Olanda, Michel dirà che i leader sono d’accordo sull’idea di Fondo per la ripresa che dovrebbe rappresentare la sostanza della risposta europea alla peggiore recessione dalla fine della guerra. A ieri sera fra cancellerie si stava discutendo se per questo Recovery Fund si debba indicare una dimensione di almeno mille miliardi di euro oppure ci si debba limitare a dichiarare che avrà una «magnitudine sufficiente». Vista la dimensione della crisi la sostanza non cambia, perché c’è già l’accordo di Berlino e la stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen lo ha reso esplicito: l’impegno sarà di un migliaio di miliardi, dovrebbe essere agganciato al bilancio europeo 2021-2027, ma la gran parte della spesa dovrebbe concentrarsi nei primissimi anni. Tra l’altro, con la crisi è sospeso l’obbligo dei governi di co-finanziare con il proprio bilancio i fondi europei e ciò libererebbe molte risorse nazionali per altre esigenze.

Domani i leader chiederanno alla Commissione di presentare entro quattro settimane un piano preciso su come strutturare questo il bilancio europeo ampliato: il tetto reale della spesa annua 2021-2027 sale dall’1% al 2% del prodotto lordo dell’Unione, cioè di 140 miliardi l’anno. Toccherebbe poi di nuovo ai capi di Stato e di governi riunirsi — forse nei primi dieci giorni di giugno e di certo di persona a Bruxelles — per formalizzare i dettagli. Ieri Conte ne ha parlato al Quirinale.

Il bilancio

il tetto reale della spesa annua 2021-2027 sale dall’1% al 2% del Pil dell’Unione

Resta fuori dalla mappa del vertice di oggi qualunque dichiarazione comune su uno dei punti più sensibili: come far sì che il denaro europeo del Recovery Plan possa arrivare nel tessuto dell’economia già quest’anno, senza aspettare il nuovo quadro di bilancio. Già nel 2020 l’economia dell’unione europea sta perdendo almeno un migliaio di miliardi di euro di fatturato — secondo le stime del Fondo monetario internazionale — pari al reddito di circa trenta dei 210 milioni di occupati dell’Unione europea. Significa che tre o quattro milioni di piccole imprese rischiano di scomparire prima che il quadro di bilancio Ue entri in vigore.

L’ipotesi che non si può esplicitare — perché gli elettori tedeschi dormano bene la notte — è che la Commissione lanci titoli di debito trentennali già nel 2020, per anticipare l’afflusso dei fondi. Un’istituzione europea sarebbe dunque responsabile del rimborso di quei bond agli investitori: in caso di default di uno degli Stati a cui i soldi sono distribuiti, gli altri Paesi dovrebbero sanare il buco per evitare a cascata un default della Commissione verso mercato, ma in seguito si rivarrebbero sul governo insolvente. Prende forma così uno strumento ibrido, metà eurobond e metà no.

Ma la strada resta piena di incognite. Il desk di Bruxelles che si occupa di emissioni sul mercato conta letteralmente due computer e due persone. Soprattutto, l’intera operazione necessiterebbe di garanzie da parte di 27 governi, dunque dei relativi passaggi in 27 parlamenti. Non sarebbe rapida. Non è un caso che il fondo Mes resta una delle istituzioni potenzialmente pronte a intervenire con sempre nuovi programmi speciali — di prestiti in capo ai governi, non di debito europeo — per la crisi da Covid-19. Lo è anche se ancora si negozia faticosamente fra governi, per esplicitare nero su bianco che la linea di credito già prevista per le spese sanitarie non avrà condizioni «né presenti, né future».

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