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Mercato. Usa nel mirino dell’Italia

MILANO
Food italiano nel segno degli Stati Uniti, il ricco mercato sul quale il Governo con il Piano straordinario del made in Italy sta concentrando gran parte delle risorse disponibili (50 milioni di euro) per un accordo con i retailer. «L’anno scorso abbiamo esportato negli Usa 3,5 miliardi con una crescita di circa il 20% – ha detto ieri il presidente di Federalimentare Luigi Scordamaglia nel corso del 4° Forum food & made in Italy promosso dal Gruppo 24 Ore – Tenere questo ritmo di crescita quest’anno è impossibile ma nel primo trimestre abbiamo messo a segno un +4,5%».
Quale modello adottare per crescere negli Usa? « Uno che faccia lavorare insieme in una logica di sistema – ha osservato il dg di Bcg Lamberto Biscarini – Dobbiamo ispirarci al modello francese: le imprese transalpine più grandi hanno imbarcato le più piccole delle filiere e le hanno accompagnate negli Stati Uniti, saltando gli intermediari». Biscarini ha poi sottolineato che negli Usa le intenzioni di aumento di spesa si concentrano su frutta fresca e verdura, pesce, cibo bio, prodotti naturali e surgelati. Il solo mercato del benessere (formato da bio, naturale, funzionale better for you) vale 154 miliardi di dollari, con una crescita annua composta del 3,6% negli ultimi 12 anni.
Maurizio Danese, presidente di VeronaFiere, reduce dal Fancy Food di New York (con la collettiva italiana guidata da Ice e Mise), ha sottolineato «la grande forza della squadra di imprese italiane quando fanno Sistema». E Paolo De Angelis, vice dg di Bnl, ha detto: «Siamo in grado di accompagnare le aziende, anche quelle piccole, sui mercati esteri e nei processi di crescita dimensionale».
Sul tema scottante della valorizzazione delle filiere agroalimentari, Pasquale Casillo, presidente dell’omonimo gruppo, ha auspicato «un salto culturale degli operatori della filiera. Basta col rinfacciare sempre qualcosa all’anello prima e dopo. Bisogna mettersi intorno a un tavolo e arrivare a una sintesi». In realtà nella filiera della pasta, un anno fa, è stata istituita una Cabina di regia ma «i risultati sono scarsi perchè c’è sempre qualcuno che frena o che non è d’accordo – ha detto Vincenzo Divella, presidente del gruppo pastaio barese – È meglio puntare sugli accordi di filiera con le imprese: garantisco ai produttori un prezzo migliore in cambio di un grano duro dal contenuto proteico giusto. Quello disponibile sul mercato non ha i requisiti minimi richiesti perchè gli incentivi comunitari creano lassismo. E si percepiscono comunque».
Sul tema del coordinamento fieristico, Scordamaglia ha sottolineato che «non rinuncerò mai come azienda a partecipare all’Anuga di Colonia, un crocevia internazionale. Poi c’è anche Cibus che ha una visibilità al top e deve accompagnare le imprese italiane». Per l’ad di Fiera Milano, Corrado Peraboni, invece «a Milano possiamo fare la fiera mondiale del food, come nel mobile, perchè l’Italia è un’eccellenza assoluta del settore. Bisogna fare un discorso di Sistema Italia: per esempio, Milano è l’unica fiera che ha rinunciato all’evento della frutta per farla fare a Rimini: è un segnale che andrebbe colto». Poi Peraboni ha rimproverato a Cibus di «aver rotto l’alternanza biennale con Tuttofood: hanno deciso di farla tutti gli anni».
Scordamaglia ha replicato: «La strategia dell’agroalimentare la deve elaborare il Governo e poi calarla: chi ci sta ci sta». Infine, va ricordato che il contratto decennale sottoscritto recentemente tra Fiere di Parma e Federalimentare prevede la possibilità che Cibus, previo accordo dei soci, possa svolgersi anche in un quartiere diverso da Parma.

Emanuele Scarci

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