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Mercato unico digitale, serve la scossa

Misure a favore della contendibilità del mercato e per la libera circolazione dei mezzi e dei contenuti; centralità per l’IoT (Internet delle cose) e per il cloud computing con la European Cloud Initiative che punta alla realizzazione di un cloud europeo; obiettivi abbastanza chiari a favore dello sviluppo dell’e-commerce e della digitalizzazione dell’industria unitamente alla volontà di eliminare le distorsioni fiscali presenti negli Stati membri.
A inizio maggio Confindustria Digitale ha incontrato le Commissioni riunite IX e X della Camera per discutere e dire la propria sulla Strategia europea per il Mercato unico digitale (Digital single market). Il giudizio è sostanzialmente positivo. Ora c’è da fare attenzione a tempi e attuazione (si veda intervista in pagina), ma dalle imprese quella del Digital single market è ritenuta un’occasione imperdibile.
Le imprese attive nel digitale in Italia sanno che da una parte c’è l’agganciarsi a un treno che, è stato stimato, vale 415 miliardi di crescita all’anno e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Recenti studi, poi, prevedono che la digitalizzazione di prodotti e servizi porterà più di 100 miliardi di nuove entrate ogni anno, per l’industria, nei prossimi cinque anni. Le stesse imprese sanno però che, dall’altra parte, se l’Europa perdesse tempo o, peggio ancora, se l’Italia non fosse allineata nel cogliere le opportunità che arrivano dalla strategia europea, per il settore verrebbe a tratteggiarsi un futuro improbo, in cui dimenticare crescita dell’economia e, guardando in casa propria, ripresina del settore Ict: per fine 2016 uno studio Assinform-Netconsulting mette l’asticella del mercato a 65,9 miliardi, in crescita dell’1,5% rispetto al 2015 (anno a sua volta chiuso con vendite in aumento dell’1%). Due incrementi in sequenza, dunque, inanellati dopo un 2013 in cui erano andati persi 3 miliardi rispetto all’anno precedente (-4,4%) e a un 2014 in calo dell’1,4 per cento.
È trascorso un anno da quando la Commissione Ue ha presentato la nuova strategia per il mercato unico digitale basata su 16 azioni prioritarie finalizzate a ottenere tre obiettivi di carattere generale: migliore accesso dei consumatori e delle imprese a beni e servizi digitali in tutta Europa; creazione di un contesto favorevole affinchè le reti e i servizi digitali possano svilupparsi; massimizzazione del potenziale di crescita dell’economia digitale. Il comune denominatore è rappresentato dall’intento di eliminare le barriere di varia natura che si frappongano alla libera fruizione cross-border da parte di consumatori e imprese, dei servizi che corrono su reti elettroniche della Ue. Non è un caso che in base ai dati divulgati dalla Commissione, solo il 12% dei venditori al dettaglio della Ue venda online a consumatori di altri Paesi della Ue, mentre sono tre volte più numerosi (il 37%) quelli che operano nel proprio Paese. Analogamente, solo il 15% dei consumatori acquista online da un altro Stato membro della Ue, mentre quelli che fanno acquisti online nel proprio Paese sono tre volte tanto (44%).
Dall’autunno scorso la Commissione Ue ha cominciato a licenziare le prime proposte e consultazioni pubbliche. Ma i dossier in corso di preparazione stanno iniziando a formare una coda abbastanza lunga, con rischio di ingorgo. Del resto, il cantiere del Digital single market è imponente e ci sono tempistiche da rispettare che invitano la Commissione a premere sull’acceleratore. Questo anche perché non mancano i fascicoli sicuramente non semplici. C’è la riforma del copyright, la revisione del framework sulle telecomunicazioni, la revisione della direttiva sulla privacy.
A inizio anno, fra gennaio e febbraio, fiutando sicuramente l’aria, Parlamento europeo e Consiglio si sono espressi con risoluzioni e inviti alla «tempestiva adozione delle 16 iniziative». Nel frattempo la proposta ha già registrato degli aggiornamenti sul timing dell’attuazione delle misure. Per esempio, sul cross-border e-commerce si è passati da fine 2015 a entro luglio 2017. Anche sul copyright le proposte legislative sono slittate dalla fine del 2015.
Il Digital single market in questo senso avanza piano, ma comunque (e questo è senz’altro positivo) se ne iniziano a comprendere meglio contorni e implicazioni anche per dibattiti da cui emerge chiaro quale sarà l’impatto futuro. Giovedì il Consiglio Competitività della Ue in agenda avrà come protagonisti la portabilità dei contenuti e il cosiddetto “geoblocking” (un limite all’uso dei contenuti online quando si è lontani da casa). Per intendersi con l’esempio più semplice: la possibilità di far valere i propri abbonamenti ai servizi televisivi premium all’estero.
Nella proposta presentata a dicembre la Commissione Ue ha suggerito ai governi di legiferare un accesso illimitato ai prodotti per i quali si paga un abbonamento per chi viaggia «temporaneamente» all’estero. Giovedì se ne discuterà insieme con la richiesta, giunta da alcuni Paesi, di indicare invece il limite temporale in modo preciso.
«L’Italia – ha dichiarato nei giorni scorsi il sottosegretario agli Affari Ue, Sandro Gozi – svolge un importante ruolo di mediazione per la portabilità degli abbonamenti sui contenuti digitali. È importante che la trattativa si concluda rapidamente».

Andrea Biondi

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