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«Il mercato teme l’Italia fuori dall’euro»

Questi anni non hanno sradicato il batterio che stava corrodendo l’Italia nel 2012: la percezione che il Paese a un certo punto non voglia o non riesca più a restare nell’euro. Quel dubbio non è scomparso, di recente ha anzi ripreso a farsi largo, e con esso il rischio che i timori del mercato si auto-avverino in una sorta di spirale negativa.

Nel 2012 Mario Draghi stroncò la psicosi di un’imminente rottura dell’euro dicendo che avrebbe fatto «qualunque cosa» per preservare l’integrità dell’area. Quella promessa del presidente della Banca centrale europea ebbe l’effetto di uno schiaffo contro il panico: cancellò i timori degli investitori, quindi questi cessarono le vendite sui titoli italiani causate dal timore di un ritorno alla lira, che rendevano proprio quell’esito sempre più probabile.

Quasi cinque anni dopo, un economista di primo piano della Bce ricorda che l’Italia non è riuscita a debellare il sospetto malgrado l’aiuto ricevuto da Francoforte. Anzi questo ha iniziato di nuovo a diffondersi lentamente ma sempre di più, secondo Roberto De Santis. «Principal Economist» nella divisione Mercati dei capitali della direzione generale Economia, De Santis ha un punto d’osservazione privilegiato sulle dinamiche dei titoli di Stato. E pochi giorni fa, precisando che le sue opinioni «non riflettono necessariamente quelle della Bce», ha pubblicato una disamina chirurgica del recente aumento dei rendimenti dei titoli di Stato di Parigi e di Roma. La sua conclusione sull’Italia, pubblicata su «voxeu.org»: «Gli spread sovrani dell’Italia (il differenziale fra i rendimenti dei titoli tedeschi e italiani a dieci anni, ndr ) stanno crescendo dall’inizio del 2016, insieme al rischio di ridenominazione». Quest’espressione indica il timore nel mercato che il governo decida di emettere una propria moneta nazionale, destinata a svalutarsi, e «ridenomini» in nuove lire i titoli di Stato emessi in base al diritto italiano. Continua De Santis: «La tendenza crescente a passo di lumaca nella percezione del mercato sul rischio di ridenominazione in Italia è preoccupante, e questo è particolarmente importante se uno choc avverso colpisce l’economia italiana in futuro».

Il Paese sembra dunque gradualmente sempre più esposto. L’economista della Bce non discute le cause: la politica nel caos, il debito che sale, la ripresa monca. Ma la sua analisi mostra come il nervosismo dei creditori sull’Italia sia di natura diversa da quello che tocca la Francia. Lo spread fra i titoli di Parigi e di Berlino è esploso dai 25 punti (0,25%) di agosto scorso a 80 in febbraio e 64 ieri, eppure il fattore di traino è soprattutto di tipo politico: più di una vittoria alle presidenziali di Marine Le Pen, che minaccia di portare la Francia fuori dall’Unione europea, il mercato teme un leader troppo debole per agire con determinazione dopo il voto. «Molto probabilmente, viste le elezioni sul filo, il governo neo-eletto non godrà di una supremazia sufficiente ad affrontare riforme importanti».

In Italia, invece, da inizio 2016 si assiste a una progressione lenta ma crescente del sospetto degli investitori che i loro crediti un giorno siano rimborsati in nuova moneta svalutata. De Santis segnala un indizio nei Cds sovrani, i derivati che funzionano come polizze assicurative nell’ipotesi di un incidente (cioè, un default) sui titoli di Stato. Certi Cds in dollari che assicurano contro il rischio che un debito sia rimborsato in moneta svalutata, dall’inizio del 2016 sono diventati sempre più costosi sull’Italia: come polizze vita per una persona ritenuta di salute fragile. Quel sistema di prezzi, invece, in Francia è rimasto pressoché invariato, anche mentre negli ultimi mesi gli spread dei titoli di Parigi correvano.

I mercati dunque tornano ad avere timori e, quando è così, questi rischiano di autoavverarsi proprio con l’aumento dei rendimenti sui titoli di Stato. Anche per questo De Santis ricorda che l’uscita dall’euro sarebbe un disastro: farebbe esplodere il costo degli interessi per le famiglie e le imprese. «E il default che vi sarebbe associato renderebbe estremamente difficile rifinanziare il debito».

Federico Fubini

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