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Il mercato teme le sfide su digitale e climate change

La Vigilanza bancaria, come tutte le Authority, è strutturalmente in ritardo. Prima accadono i fenomeni che nascono sul mercato, poi chi vigila li studia e interviene per disciplinarli. È stato così per i mutui subprime e poi per gli Npl, non per i derivati che apparentemente per la Vigilanza non costituiscono un problema. Nei suoi primi cinque anni di vita, la Vigilanza bancaria europea della Bce (Ssm) ha badato a innalzare i coefficienti patrimoniali e di liquidità delle banche rafforzandone la solidità complessiva. È stato costruito un sistema bancario iper-patrimonializzato e simile alle utilities ma ovviamente (causa aumenti di capitale e tassi d’interesse negativi) poco redditizio in termini di ritorno sul capitale. Secondo l’ultimo rapporto di Citigroup, le banche Usa trattano in Borsa sulla base di un Return on equity (Roe) al 2020 del 12% contro una media europea dell’8%. Media a cui si arriva sommando,tra gli altri, il Roe medio stimato al 2020 dell’8% delle maggiori banche francesi e spagnole, il 7% delle italiane, il 5% delle greche e l’1% delle tedesche.

La redditività sul capitale, come giustamente sottolinea il neo presidente della Vigilanza Bce Andrea Enria, è la priorità nell’agenda dell’Ssm. E lo è anche in quella delle banche vigilate e soprattutto degli investitori che “prezzano” in modo assai diverso le banche europee rispetto a quelle americane: il rapporto medio tra prezzo e patrimonio netto è di 0,8 in Europa contro l’1,3 degli Usa, proprio a causa della diversa redditività.

L’annuncio di Enria della svolta della Vigilanza sul capitale, con la cosiddetta “forbearance” che permetterà di migliorare i ratios patrimoniali anche con l’emissione di strumenti At1 e Tier 2 e non solo con nuove azioni, va incontro alle richieste dell’industria bancaria europea che, soprattutto in Germania, si è molto fatta sentire politicamente a più livelli negli ultimi mesi. Altrettanto interessante è la promessa, anche questa una svolta rispetto alla precedente gestione di madame Nouy, che la Vigilanza Bce non ostacolerà e non richiederà nuovo capitale aggiuntivo in caso di fusioni bancarie. Enria ha preannunciato annunci formali in questa direzione e non vi è motivo di dubitare che l’apertura di Bce sia reale, malgrado le perplessità dei banchieri scottati dalle richieste degli anni precedenti, e può dare la spinta a quelle aggregazioni che tutti gli analisti considerano necessarie per ridurre uil numero delle banche e migliorarne, tramite le sinergie, la redditività. Se le fusioni cross border in Europa restano difficili a causa della frammentazione regolatoria, un atteggiamento pro-consolidamento di Bce può essere di stimolo ad alleanze a livello nazionale.

La rivoluzione digitale impone investimenti che non tutte le banche europee possono permettersi di sostenere. Senza guardare ai maxi-piani di investimento di colossi Usa come JP Morgan, grandi banche europee come Santander e Credit Agricole hanno preannunciato investimenti, rispettivamente, da 20 e 15 miliardi. Per molte banche di media dimensione, in Italia come nel resto d’Europa, è velleitario pensare di affrontare il futuro senza una scala dimensionale diversa. E la vigilanza Bce, modificando le regole sul capitale e adottando una opportuna moral suasion, pare intenzionata a recuperare il tempo perso e incentivare le aggregazioni.

Le sfide per banche e Vigilanza non si limitano all’impatto della trasformazione digitale. Ben presto, l’attività regolatoria di Eba e Bce dovrà intervenire sulle conseguenze per l’industria bancaria indotta dal “climate change”, dalle tematiche Esg e di quello che gli analisti di Kepler Cheuvreux chiamano il prossimo «trasferimento di valore degli azionisti agli altri shareholders». La loro stima è che la transizione verso un nuovo mondo più «green e sostenibile» possa ridurre del 16% l’attuale patrimonio tangibile delle banche.

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