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Il mercato specula sull’uscita «soft» dal Qe

Balzo dei rendimenti dei titoli di Stato su voci di graduale riduzione degli acquisti Bce
È stato un finale di seduta piuttosto movimentato quello di ieri sui mercati obbligazionari continentali con gli ultimi minuti di contrattazione caratterizzati da un’improvvisa ondata di vendite che ha fatto impennare i rendimenti dei bond governativi in maniera generalizzata. Il tasso del Bund a 10 anni, che nel corso della giornata aveva oscillato tra -0,11% e -0,09%, si è impennato fino a -0,0457% riportandosi sui livelli di due settimane fa. Movimenti analoghi si sono visti anche su altre obbligazioni governativie. Il tasso BTp di uguale scadenza, ad esempio, è balzato dall’1,26% ad un massimo dell’1,32 per cento.
La notizia che ha innescato questo «sell-off» l’ha data l’agenzia Bloomberg che, in un lancio pubblicato alle 17 e 49, ha scritto di un «consenso informale» tra i banchieri centrali sul fatto che la fine del programma di Quantitative easing debba avvenire in maniera graduale con una riduzione degli acquisti mensili (attualmente pari a 80 miliardi di euro) di 10 miliardi alla volta. Sul modello del cosiddetto «tapering» messo in atto dalla Federal Reserve tra il 2013 e il 2014.
Bloomberg non ha scritto quando questa graduale riduzione degli acquisti di titoli avverrà. Nè ha lasciato intendere possibili tempistiche sulla fine del programma di stimoli monetari. Le stesse fonti ufficiali citate dall’agenzia inoltre non hanno escluso che la Banca centrale europea possa estendere il programma oltre la sua naturale scadenza fissata a marzo 2017.
L’ipotesi di una stretta Bce nei prossimi mesi resta, a conti fatti, piuttosto remota. L’andamento dell’inflazione nell’area euro peraltro non parrebbe giustificare un cambio di rotta in questo senso.
Anche alla luce di queste considerazioni Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners, giudica «esagerata, e in una certa misura, errata» l’interpretazione data dal mercato alla notizia. Ciò è successo forse perché l’indiscrezione ha toccato un un nervo scoperto per gli investitori e che riguarda l’incertezza sulle prossime mosse della Bce. Un’incertezza alimentata dalla poca chiarezza emersa al direttivo dello scorso mese sui destini del Qe la cui naturale scadenza, fissata a marzo del 2017, si avvicina.
Una cosa è certa: il piano di stimoli monetari necessita di un tagliando. Anche perché rispettare i criteri che la stessa Bce si è autoimposta per mettere in atto gli acquisti è sempre più complicato. Secondo Barclays un’eventuale riduzione dell’ammontare di acquisti mensili di titoli dopo marzo 2017 dovrebbe essere letta, non come un preludio alla fine del Qe (come nel caso del «tapering» della Fed) quanto come una prosecuzione con mezzi diversi dell’attività di stimolo. Secondo gli analisti della banca britannica il contesto macroeconomico non giustifica una prossima interruzione del Qe ma ci sono buone probabilità che il piano della Bce sia modificato per ovviare ad una serie di inconvenienti tecnici che ne pregiudicano la piena implementazione. In questo senso, per evitare che si creino false aspettative, sarà importante che la banca centrale comunichi efficacemente le sue prossime misure.
Un altro punto su cui c’è discussione è quello dei tassi negativi sui depositi. Una misura che la Bce ha adottato allo scopo di rilanciare il credito all’economia reale ma che, finendo col minare la redditività degli istituti di credito, potrebbe ottenere un risultato opposto. In questi giorni due esponenti della Banca centrale europea, il belga Peter Praet e il lussemburghese Yves Mersch, hanno espresso pubblicamente la preoccupazione sul fatto che il crollo delle azioni delle banche possa costringerle a ridurre il credito a famiglie e imprese.

Andrea Franceschi

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