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Mercato, l’Italia si apre

L’Italia è più aperta al mercato di un anno fa e scala nella classifica europea della concorrenza ben sette posizioni, piazzandosi sesta con voto sette pieno dietro Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi, Svezia e Repubblica Ceca. È il verdetto dell’Indice Ibl delle liberalizzazioni 2016 che sarà pubblicato a giorni, il decimo che l’Istituto Bruno Leoni guidato da Alberto Mingardi elabora. Era del 2007 la prima edizione di questo parametro che valuta l’apertura al mercato del Paese, considerando i diversi settori economici sulla base fra l’altro di fiscalità, quadro regolatorio, numero degli operatori privati e pubblici.

Negli anni, il metodo si è evoluto. La notizia di questa edizione (su dati relativi al 2015) è che per la prima volta l’Italia entra nel gruppo di testa. Il punteggio che raggiunge è infatti 70 (come dire 70% o sette, appunto), a pari merito con la Germania, là dove 100 è il valore massimo attribuito per convenzione al Paese più liberalizzato.

Le ragioni della svoltaUn motivo è nell’obiettiva apertura di alcuni comparti. Si pensi alle Poste, che sono state parzialmente privatizzate con la quotazione in Borsa e difatti guadagnano cinque punti rispetto all’edizione 2015 dell’Indice (toccando quota 63). O al trasporto aereo, dove lo spazio di mercato è occupato oltre che dall’Alitalia (partecipata da un’altra compagnia, Etihad) anche dalle low cost come EasyJet e Ryanair che hanno contribuito alla riduzione dei prezzi per i passeggeri. Il voto di Ibl al settore sale difatti di tre punti (arriva a 77).

Un’altra ragione del miglioramento complessivo sta nel consolidarsi di meccanismi di concorrenza partiti in passato, per esempio nel caso dei settori del gas e dell’energia elettrica. Il primo raggiunge l’incremento maggiore in un anno, +14 punti, toccando quota 72. La seconda sale di 6 punti a 85. Il voto massimo va ancora alle telecomunicazioni che però questa volta perdono posizioni con un calo di due punti a 94.

La televisione, dominata ancora dal duopolio Rai-Mediaset, incassa il crollo maggiore: -7 punti e il voto scende a 72 (non viene ancora registrata la diminuzione del canone Rai, avvenuta nel 2016). Perdono un punto poi sia il trasporto ferroviario (a 52) sia il mercato del lavoro (a 69), fermo malgrado il Jobs Act, le cui novità non sono ritenute da Ibl «ancora pienamente catturate». Spiccano un balzo all’insù di nove punti le assicurazioni che guadagnano un sette e mezzo con punteggio pari a 74.

Fra i 28 Paesi europei colpisce il passo indietro del Regno Unito, che fino a ieri guadagnava appieno i 100 punti come Paese più concorrenziale e oggi ne segna 94, perdendone sei. Ma resta primo in una classifica dove ultima è la Grecia con voto cinque e mezzo (54).

«I mercati sono più aperti perché si sono consolidate posizioni concorrenziali che in passato dovevano ancora emergere — commenta Serena Sileoni, vicedirettrice dell’Istituto Bruno Leoni —. Sui trasporti l’impatto della maggiore concorrenza è evidente, per esempio. È più un effetto economico che regolatorio. In Italia le variazioni più significative sono sui servizi a rete, come il gas. Dopo anni di rodaggio il mercato è diventato più maturo, anche dal punto di vista dei consumatori». Il segnale negativo è che sia ancora da varare la legge annuale sulla concorrenza che da tempo l’Antitrust reclama. «Il rischio è che ce la si dimentichi», dice Sileoni. Non è la bacchetta magica, ma «può essere un passo avanti significativo».

L’impulso della UeIn coda alla classifica, con la Grecia e Cipro (54 punti), c’è la Croazia (55). Dei 28 Paesi monitorati la gran parte è nella fascia medio-alta: 19 con punteggio fra 60 e 70. «È la dimostrazione del fatto che, con l’eccezione di pochi Paesi virtuosi (cinque con un punteggio superiore a 70 e solo uno superiore a 90), l’impulso liberalizzatore di Bruxelles è arrivato nei singoli Stati membri in modo attutito», scrive nella sua introduzione Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e capo della segreteria del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Parla di un recepimento «controvoglia» delle direttive Ue. Sottolinea: «La realtà degli aiuti di Stato rimane molto forte». E prevede: «La prossima uscita della Gran Bretagna dall’Unione è destinata a lasciare un segno nelle policy che verranno adottate a livello europeo». Anche perché, nota, «in relazione all’apertura dei mercati e alla loro integrazione, l’Unione Europea ha prodotto più benefici che costi».

Una novità di questa edizione è l’analisi del legame fra liberalizzazione e corruzione. «Sono le situazioni in cui c’è un unico decisore quelle in cui c’è voglia di corrompere», dice Sileoni . Più sono gli attori, più le istituzioni sono protette da questo rischio, è la convinzione.

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