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Mercato. Imprese italiane in buona salute. Ma in laboratorio ora servono più capitali

Ancora briciole. L’anno scorso i fondi di venture capital — che investono nelle aziende appena nate o innovative — hanno destinato all’Italia l’1,6% degli investimenti europei nel biotech. Significa che, su circa 1,17 miliardi di euro complessivi, alle aziende biotecnologiche del Paese sono arrivati meno di 19 milioni. Lo rivela il Rapporto sulle biotecnologie in Italia 2014 di Ernst & Young per Assobiotec, pubblicato l’11 marzo. Per restare ai vicini di casa: la Francia e la Germania hanno convogliato il decuplo delle risorse (l’11,7% e il 10,5%), così come la Svizzera (10,7%). E la Spagna il 6,4%.
È la scoperta dell’acqua calda, ma è il primo (e solito) nodo da sciogliere perché le biotecnologie in Italia crescano davvero. Il secondo è la complessità regolatoria nel biotech farmaceutico. «In Italia, diversamente da altri Paesi, non esiste una procedura diversa per approvare un farmaco biotech — dice Antonio Irione, partner di Ernst & Young, che ha curato la ricerca —. Ma il sistema di regole non può essere lo stesso dei farmaci tradizionali. Mancano competenze».
I numeri
Eppure la biotecnologia ha un peso e un potenziale nel Paese. Sono 422 le imprese biotech in Italia (dato 2013), erano 430 l’anno prima. È vero che di queste solo il 24% è a capitale italiano, ma gli occupati ci sono (6.626). Inoltre, malgrado la crisi, queste aziende hanno generato nel 2012 (ultimo dato disponibile) un fatturato di 7,05 miliardi, stabile rispetto al 2011 e «in contrasto con quello degli altri settori industriali, diminuito del 5,2%», dice la ricerca. In dieci anni le biotech sono raddoppiate; Ernst & Young prevede che quest’anno torneranno ad aumentare.
Il punto è che sono ancora molto sbilanciate verso la farmaceutica. Con oltre 6 miliardi di giro d’affari e 196 aziende operative nella ricerca e sviluppo sulle 422 totali, il red biotech (le aziende dedicate alla salute) copre più del 90% del giro d’affari del settore. Ma sta crescendo la pipeline, la lista dei farmaci biotecnologici allo studio. Nel 2013 erano 44 i progetti nuovi rispetto al 2012 e, in totale, 403 i prodotti in via di sviluppo. Di questi, 123 erano in Fase III, che precede la messa in commercio. Otto sono di biotech pure italiane. Area terapeutica: oncologia, cardiologia, malattie autoimmuni, dermatologia, oftalmologia, malattie epatiche, endrocrinologhe. Due sono della Molmed, uno della Gentium ceduta all’irlandese Jazz a inizio anno per un miliardo, tre della Kedrion partecipata dal Fondo strategico di Cassa depositi e prestiti, due di Holostem (Chiesi).
Molmed e Gentium sono le più movimentate del momento. La prima, quotata in Borsa (+81% in un anno), fa sempre capo per il 24% alla Fininvest di Silvio Berlusconi, per il 10% allo Science Park Raf in liquidazione (ospedale San Raffaele) e per il 4,3% alla Delfin di Leonardo Del Vecchio (che però il 4 marzo ha dichiarato di non aderire più al patto sociale). L’anno scorso ha avviato un accordo con Glaxo. Il 26 marzo l’Ema, Agenzia europea dei medicinali, ha dichiarato accettabile la sua domanda per la commercializzazione anticipata del suo Tk, terapia genica contro la leucemia acuta. Se tutto va bene, il farmaco potrebbe andare sul mercato entro il 2015. In Molmed è in corso l’aumento di capitale per 4,9 milioni (oggi andrà sul mercato l’eventuale inoptato) per porre rimedio alle perdite: -18,2 milioni nel 2013 (22 l’anno prima), dice il bilancio che dovrà essere approvato l’8 aprile dall’assemblea.
La lezione irlandese
La Gentium invece (5,36 milioni di utile nel 2013) è stata delistata dal Nasdaq ai primi di marzo, dopo essere cresciuta del 591% in un anno. Gli irlandesi l’hanno rilevata che aveva appena ottenuto la prima autorizzazione di mercato dall‘Ue per un prodotto di una biotech pura italiana: può commercializzare in Europa il suo defibrotide per trattare la Vod (malattia epatica veno-occlusiva). Non è stato l’unico caso di cessione. Il valore delle fusioni e acquisizioni di biotech in Italia è stato di oltre 14 miliardi nel 2013, contro il picco di 4 miliardi del 2007 e i poco più di 2 miliardi del 2002. Vero, c’è anche Menarini che ha rilevato la Silicom Biosystems, ma la vicenda ha lasciato l’amaro in bocca a molti.
«C’è stato un momento di acquisizioni significative, è un elemento di rottura con il passato — dice Irione —. Il biotech italiano è un mercato con potenzialità enorme. Il nostro problema è la mancanza di investitori specializzati». Si attendono risorse per far crescere campioni nazionali , anziché venderli in fasce agli stranieri. Per ora, ci prova il Fondo strategico con Kedrion.

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