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Il mercato dell’auto a rischio Brexit Costi per 6 miliardi

Un terremoto, un evento con «effetti catastrofici». A poco più di un mese dalla possibile Brexit “no deal”, senza accordo, il mondo dell’automotive europeo al gran completo serra le fila, firmando compatto un documento per sottolineare i pericoli e l’impatto economico che avrebbe l’uscita della Gran Bretagna senza un accordo. L’appello congiunto porta la firma delle due associazioni europee di costruttori di auto — Acea — e di componenti — Clepa — insieme a 21 associazioni nazionali, compresa l’inglese Smmt e l’italiana Anfia.
Il settore — che nella lunga filiera comprende non solo i produttori di auto ma anche la componentistica — produce oltre 19 milioni di veicoli l’anno e dà lavoro a 13,8 milioni di persone, circa uno su 16 in Europa. Ebbene, se si arrivasse al “no deal” e venissero applicati i dazi del Wto (World trade organization), cioè grosso modo il 10% sulle auto e circa il 5% sui componenti, sui consumatori europei ricadrebbero maggiori costi per 5,7 miliardi di euro divisi tra auto e van.
Salatissimo il conto per l’Italia. Per il nostro Paese, ricorda il direttore generale dell’Anfia Gianmarco Giorda, la Gran Bretagna rappresenta il terzo Paese per destinazione di componenti per autoveicoli e il quarto come automobili. In valore, solo per auto e veicoli industriali si parla di oltre 1,1 miliardi di euro mentre per i componenti si superano gli 1,7 miliardi.
L’imposizione dei dazi significa aumento dei prezzi ma anche rischio che cali la domanda, soprattutto per le auto britanniche, quasi totalmente prodotte da gruppi esteri. In prima fila i giapponesi — Toyota, Honda, Nissan — insieme agli indiani di Tata (Jaguar, Land Rover) a Bmw (Mini e Rolls Royce) a Vw (Bentley) e a Opel-Vauxhall (Psa). Alcuni di questi, in particolare i giapponesi, secondo gli osservatori, potrebbero rivedere la loro presenza in Gran Bretagna. Una minore domanda di auto Uk si tradurrebbe in un calo dell’export dei componenti italiani (e non solo).
E poi ci sono le conseguenze negative in termini di velocità di scambio tra le merci (ogni auto è formata da circa 30 mila parti, molte delle quali attraversano più volte la frontiera, ha sottolineato il segretario generale dell’associazione dei produttori di componen-tistica). Non solo i dazi, ma anche le lungaggini alle frontiere avrebbero effetti molto negativi sul modello di produzione “just-in-time”: basti pensare che la sospensione di un solo minuto nella catena di produzione in Gran Bretagna corrisponde ad un danno pari a 50 mila sterline (circa 54.700 euro). E poi ci sono le barriere non tariffarie, sottolinea Giorda, per esempio quelle legate ai test di controllo e alle procedure di immatricolazione, che senza un accordo non sarebbero più uniformate.
Ieri, intanto, c’è già stato un effetto negativo in Borsa: nel Vecchio continente tutta la filiera ha chiuso in rosso.
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