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Il mercato fa cassa sui Bond di Stato

L’anno nuovo è cominciato con il segno del “gambero” per i bond. Sin dalle prime sedute del 2018 il mercato globale delle obbligazioni (tanto di aziende quanto di Stati) è risultato in flessione. Ieri poi i toni ribassisti sono stati più violenti tanto che anche alcuni bond rifugio per eccellenza, come il Bund o il Treasury, sono stati piuttosto venduti con conseguente rialzo dei tassi.
Il rendimento del titolo tedesco a 10 anni è salito allo 0,54%, come non accadeva da 5 mesi. Mentre il titolo statunitense di pari scadenza ha toccato quota 2,59%. Per rivedere lo stesso livello bisogna tornare a marzo 2017. Anche il BTp italiano ha chiuso su livelli sostenuti, sopra il 2% (2,03%). Nel complesso la capitalizzazione globale dei bond è scivolata da inizio anno di 600 miliardi di dollari: l’ultimo dato la colloca a 49mila e 380 miliardi, dopo aver sfiorato i 50mila miliardi a fine 2017 (massimo di tutti i tempi).
C’è da dire che le ultime due notizie di settore lasciano ipotizzare che le prossime settimane potrebbero continuare ad essere calde. La prima arriva dal Giappone: la BoJ ha ridotto a 190 miliardi di yen da 200 gli acquisti di bond governativi a 10-25 anni, e a 80 da 90 miliardi di yen gli acquisti di quelli da 25 a 40 riducendo nel complesso gli stimoli monetari di 20 miliardi di yen (circa 150 milioni di euro). Sull’onda di questo annuncio sono circolate indiscrezioni secondo cui la mossa della BoJ non sia stata un una tantum ma l’avvio di un tapering. Sarebbe un colpo non da poco considerato che la banca centrale nipponica è stata finora tra le più espansive, una delle poche che difatti ha attuato negli ultimi anni una effettiva monetizzazione del debito a suon di yen stampati. La notizia è stata smentita dai diretti interessati ma gli investitori al momento sembrano credere più al rumor che ai comunicati ufficiali. Oltre a questo “colpo” nelle ultime 24 ore ne è arrivato un altro. Dalla Cina. Secondo l’agenzia Bloomberg le autorità di Pechino avrebbero intenzione di avviare un piano di riduzione dell’esposizione in titoli del debito pubblico Usa temendo una prossima caduta dei prezzi. Se così fosse per i bond governativi a stelle e strisce sarebbe una mossa dura da digerire considerato che al momento, dopo il Giappone, la Cina è il secondo detentore del debito pubblico americano. Non è quindi un caso se i rendimenti dei Treasury, come detto, sono ripiombati sui livelli di 11 mesi fa.
Tuttavia le intenzioni della Cina non sarebbero una causa ma una conseguenza di un movimento ribassista sui bond in realtà partito già da qualche settimana. Dai minimi di dicembre i tassi dei Treasury a 10 anni sono saliti di circa 30 punti base (erano al 2,3%) e i tassi dei titoli a 2 anni di una ventina di basis point (ieri hanno chiuso all’1,97% sfiorando la soglia del 2%). Movimenti simili si sono visti anche in Europa. In un mese il Bund decennale è salito di 17 punti, il BTp italiano di 39 punti, i titoli francesi di 19 e gli spagnoli di 15.
Se negli Usa le vendite riflettono l’aumento delle aspettative sull’inflazione (le stime a 5 anni e per i prossimi 5 sono lievitati al 2,38%, 20 punti base in più rispetto a fine novembre) in Europa risentono anche dell’approssimarsi della fine degli stimoli monetari da parte del Bce. Il piano di acquisti di titoli (in ogni caso da gennaio dimezzato da 60 a 30 miliardi al mese) terminerà a settembre 2018 e gli investitori stanno in un certo senso preparando il campo a una fisiologica mini-normalizzazione dei tassi. Ma quanto accade negli Usa e nell’Eurozona è inevitabilmente collegato e accelerato dalla riforma fiscale voluta dal presidente Donald Trump (approvata a dicembre). Questa – alimentando flussi di capitali verso gli Usa e spingendo in alto il deficit per compensare gli sgravi fiscali concessi alle imprese che riportano utili negli Usa – dovrebbe spingere in alto dollaro e tassi. Se questo percorso prevedibile procederà senza intoppi è logico aspettarsi che l’Eurozona risponda lato Bce non prolungando il Qe dopo settembre e alzando i tassi prima del previsto (le stime indicano oggi marzo 2019 anziché l’autunno 2019 come era ipotizzato fino a qualche settimana fa) e lato Stati ampliando la spesa pubblica. Queste mosse avrebbero come conseguenza naturale l’aumento dell’inflazione. Non a caso anche gli Eurirs – gli indici europei che proiettano il costo del denaro nel lungo periodo – stanno tornando in alto. Da metà dicembre l’Eurirs a 20 anni è salito di 15 punti base, all’1,46%. Ed è in fin dei conti questo il motivo per cui da qualche giorno gli investitori stanno alleggerendo la componente sulle obbligazioni: adeguare i rendimenti all’ipotesi di reflazione delle economie più grandi. Gli stessi investitori, però, sono anche consapevoli che sul mercato dei bond si è creata una bolla (alimentata dagli acquisti degli ultimi nove anni delle banche centrali) che ha creato degli evidenti paradossi. Come quello che vede in questo momento i titoli greci posizionati su tassi più bassi rispetto a quelli Usa. Oppure quello che vede i “junk bond” europei avere un rendimento simile ai Treasury. Solo lo scorso anno – che alcuni avevano previsto come un anno nero – sui bond sono arrivati altri 6mila miliardi di dollari. Il rischio – ed è quello che le banche centrali vogliono evitare – è che la ritirata possa essere più rapida del previsto.

Vito Lops

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