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Mercati, l’oro tocca i massimi dal 2013

Borse e petrolio. Il Brent supera nel corso della giornata i 70 dollari al barile Borse europee in profondo rosso, poi il parziale reupero con Wall Street

Oro ai massimi dal 2013 e petrolio oltre quota 70 dollari. Gli effetti dell’attacco militare in cui il 3 gennaio ha perso la vita il generale iraniano Qasem Soleimani – su ordine del presidente degli Usa Donald Trump – continuano a condizionare l’umore degli investitori che hanno avviato in un clima di avversione al rischio anche la prima seduta della nuova settimana. La quotazione del metallo giallo – bene rifugio di ultima istanza – ha sfiorato durante le contrattazioni i 1.600 dollari l’oncia, come non accadeva da sette anni. Mentre il petrolio continua ad apprezzarsi nel timore che lo scontro tra i due Paesi possa intensificarsi. Del resto, i toni delle dichiarazioni al momento non stanno gettando acqua sul fuoco. Trump ha minacciato altri attacchi potenzialmente «sproporzionati» contro Teheran in caso di reazioni all’attentato mentre il governo iraniano ha annunciato di voler abbandonare le limitazioni sull’arricchimento dell’uranio. Se così fosse si tratterebbe di un pericoloso dietrofront rispetto agli impegni presi con l’accordo sul nucleare del 2015.

Difficile capire se al momento si tratta di dichiarazioni di facciata o se c’è davvero l’intenzione di avviare un’escalation del conflitto. Nel dubbio gli investitori – che considerano l’incertezza il nemico numero uno – oltre a comprare oro e petrolio (come visto per ragioni differenti) hanno comprato anche ieri valute “sicure”, in particolare yen (ai massimi da tre mesi sul dollaro) e franco svizzero (al top da 15 mesi sul dollaro). Si confermano sui minimi di periodo anche i rendimenti delle obbligazioni governative dei Paesi considerati più affidabili in fasi di turbolenza: il tasso del Bund a 10 anni è rimasto -0,28% (il livello più alto da un mese) e i Treasury Usa all’1,8% (come non accadeva dall’11 dicembre). Lo spread Italia-Germania è salito di 2 punti base a 164 (il rendimento dei BTp è all’1,36%).

Parallelamente le vendite si sono focalizzate sui mercati azionari. Le Borse europee hanno perso lo 0,55% (indice Eurostoxx 50). In linea Piazza Affari dove il Ftse Mib ha terminato gli scambi con un calo dello 0,51% sotto i 23.600 punti. I listini europei hanno tuttavia limato il passivo nella seconda parte della seduta, dopo che l’apertura di Wall Street è stata sì debole ma non allarmante. Nel corso della seduta gli indici americani hanno sfiorato anche la parità, a testimonianza che il clima è di preoccupazione ma non di allarme. Semaforo giallo e non rosso. Secondo un’analisi del centro di consulenza sulla politica internazionale Eurasia group, guidato da Ian Bremmer e Cliff Kupchan, «un conflitto letale fra Stati Uniti e Iran è uno dei dieci maggiori rischi per il 2020 ma non il più grande. Il maggiore è quello legato alle elezioni americane». Gli esperti prevedono che non «sfocerà in una guerra» anche perché «l’Iran è un convinto avversario degli americani ma consapevole della forza militare degli Usa. Teheran ha inoltre una storia di rinunce davanti alla minaccia di un Paese più forte». Tuttavia «la situazione porterà a un rincaro medio di 5-10 dollari al barile del petrolio ed una volatilità crescente». Il clima potrebbe però peggiorare, nel caso – come spiega da Alexander Perjessy, analista di Moody’s – in caso di «duraturo conflitto tra Usa ed Iran che «causerebbe shock economici e finanziari in grado di peggiorare le condizioni operative e di finanziamento». Conflitto che «avrebbe potenziali conseguenze globali, in particolare tramite gli effetti sul prezzo del petrolio».

L’indice Vix, quello che misura la volatilità di Wall Street, è salito del 3,5% a 14,5 punti. Si tratta di un livello lontano dalla zona di tranquillità (10-12 punti) ma distante anche da quella di tensione finanziaria (oltre i 20 punti).

Intanto, in attesa di sviluppi sul conflitto geopolitico contro l’Iran con cui gli Usa hanno avviato il 2020 gli investitori continuano anche ad osservare quelli sul conflitto economico aperto nella primavera del 2018 contro la Cina: a tal proposito il Sunday China Morning Post ha segnalato che una delegazione cinese sta pianificando un viaggio a Washington il prossimo 13 gennaio per la firma della “Fase 1” dell’accordo sui dazi. I mercati danno quasi per scontata un’intesa. Anche se, qualora il tavolo delle trattative saltasse o fosse ancora rinviato, non sarebbe certo la prima volta in questa ormai infinita telenovela.

 

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