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Mercati da «record»: Bund ai minimi, petrolio a 52

Pur in assenza di un nuovo market mover i mercati ieri sono andati a toccare nuovi territori inesplorati. Come il record del Bund tedesco a 10 anni, il cui tasso nelle prime battute è sceso a quota 0,033%, minimo di tutti i tempi (per poi rimbalzare a quota 0,06%). Gli acquisti hanno coinvolto anche i titoli dei Paesi periferici con il rendimento del BTp italiano che è sceso da 1,42% all’1,39%.
Le Borse europee invece sono state vendute dopo due sedute di rialzi. Parigi ha ceduto lo 0,6%, Francoforte lo 0,69% e Milano lo 0,37%. I settori più colpiti in Europa sono stati il bancario (-1,2%) e quello automobilistico (-1,2%). Wall Street invece si è dimostrata ancora tonica con l’indice S&P 500 che ha sfiorato i 2.120 punti, a un passo dal massimo storico a quota 2.131 toccato il 21 maggio 2015. In 5 anni la Borsa americana ha guadagnato il 66% a conferma di quanto le forti politiche espansive della Federal Reserve (che dal 2009 al 2014 ha attuato tre piani quantitative easing) e del governo (dal 2008 al 2012 il deficit/Pil ha sfiorato il 10%) abbiano sostenuto (seppur artificialmente) i mercati finanziari.
Quanto ai mercati europei – nonostante siano nel bel mezzo del quantitative easing della Bce (che a partire da oggi si estende anche ai corporate bond) – la sensazione è che siano destinati a vivere una fase laterale ancora per un po’. Il comparto bancario europeo resta ancora fragile con gli investitori che ritengono le banche europee scariche di capitale rispetto alle banche americane, in questo momento preferite. Senza dimenticare il nodo dei crediti deteriorati che valgono il 10% del Pil europeo. Non è quindi un caso se per le banche italiane quella di ieri sia stata un’altra giornata difficile. È partito l’aumento di capitale di Veneto Banca ma le possibilità che questo possa andare liscio senza il sostegno del fondo Atlante paiono residue. Intesa Sanpaolo – che fa parte del consorzio per l’aumento di capitale – ha ceduto l’1%. Vendite più corpose su UniCredit (-4,5%) in attesa che oggi si riunisca il consiglio di amministrazione per nominare il nuovo amministratore delegato. Il titolo è sceso sui minimi degli ultimi quattro anni.
Mentre sono proseguiti gli acquisti sul petrolio con il Brent che si è spinto su nuovi massimi dallo scorso novembre sfondando al rialzo la soglia dei 52 dollari al barile. Tra gli altri spunti sono tornate le vendite sul dollaro con l’euro che ha superato nuovamente quota 1,14 contro il biglietto verde, un livello che non vedeva da quasi un mese. Dopo aver accantonato l’ipotesi di un rialzo dei tassi negli Usa a giugno tra gli investitori sta perdendo slancio anche l’opzione luglio. Nelle ultime parole il governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, è stata abilmente vaga senza lasciare efficaci appigli. L’unica certezza (si fa per dire) è che entro dicembre i mercati si aspettano una stretta (data al 60% delle probabilità).
Il focus si sta via via spostando dalla politica monetaria statunitense ai timori sulla crescita globale. I dati arrivati ieri non hanno entusiasmato gli analisti finanziari che sono tornati a interrogarsi sul futuro dell’economia mondiale dopo che è emerso che le esportazioni cinesi di maggio sono crollate del 4,1%, testimoniando il rallentamento della congiuntura del globo. In più nella notte la Banca mondiale ha tagliato le stime sulla crescita mondiale che ha definito «insipida». Per l’istituto centrale il Pil globale registrerà un progresso pari solamente al 2,4% rispetto al 2,9% di gennaio.
Si è invece presa una pausa di riflessione la sterlina dopo l’alta volatilità delle ultime sedute mentre si avvicina il 23 giugno, giorno del referendum in Gran Bretagna sul Brexit. «In questo momento i mercati stanno scontando al 65% il Bremain e al 35% il Brexit – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. La sterlina è sotto di quattro figure rispetto all’euro, figure che potrebbe recuperare nel caso dopo il referendum si passi al 100% Bremain. Vale anche l’opposto: una vittoria del Brexit innescherebbe forti vendite sulla sterlina e un aumento violento della volatilità. Il referendum sul Brexit resta il market mover dell’anno». In caso di Brexit, secondo quanto riferito da Benoit Coeuré, uno dei membri del comitato esecutivo, della Banca centrale europea «la Bce è pronta a stabilizzare i mercati».

Vito Lops

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