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Mercati, la crisi è alle spalle

Ad agosto del 2012 sui mercati finanziari si produceva un cambio di rotta netto: dopo mesi di trepidazioni, che avevano portato a temere addirittura la fine dell’euro e il default per alcuni Paesi dell’area, le parole rassicuranti di Mario Draghi in difesa della moneta unica innescavano un violento rally. Il bilancio di questi dodici mesi è dunque ampiamente positivo tanto per le azioni, che per le obbligazioni (diverso lo scenario per le materie prime), anche se passando da un discorso storico a una visione di prospettiva lo scenario cambia notevolmente tra incertezze dell’economia reale e annunciata fine degli stimoli monetari.

L’Europa guida i rialzi. A più riprese nelle ultime settimane i listini azionari degli Stati Uniti hanno toccato nuovi massimi storici: così, la crisi partita nel 2007, sembra definitivamente superata, almeno sul versante finanziario. L’ampia disponibilità di prestiti a basso costo ha permesso agli Usa di evitare il credit crunch al quale assistiamo in Europa, mentre le pesanti ristrutturazioni societarie oggi consentono alla corporate America di ottenere margini insperati solo qualche tempo fa. Tuttavia, a ben guardare, non sono gli indici statunitensi a guidare la lista dei rialzi negli ultimi dodici mesi, nonostante un non disprezzabile incremento del 20% tanto per il Dow Jones, quanto per il Nasdaq.

Le cose sono andate meglio in Europa, con l’indice generale azionario DJ Eurostoxx che segna un progresso di poco inferiore al 30%. È pur vero, tuttavia, che i mercati dell’Eurozona hanno perso molto di più durante il picco della crisi, per cui a conti fatti il loro rimbalzo assume un peso più limitato rispetto all’altra sponda dell’Oceano. Nel confronto a dodici mesi, il Dax di Francoforte cresce intorno al 30%, il Cac di Parigi il 25% e il Ftse Mib italiano di oltre il 30%. Per quanto riguarda la piazza milanese il merito è soprattutto dei titoli finanziari, dominanti sul listino nostrano, e favoriti dalla fine della crisi legata al debito sovrano (banche e assicurazioni sono piene di Btp).

Quanto ai prossimi mesi, le stime degli analisti arrivano a conclusioni anche molto distanti tra loro. Se la varietà di giudizi è una costante dei mercati finanziari, in questa fase il dato risulta curioso considerato che quasi tutti concordano su un punto di partenza: l’equity europeo tratta a sconto rispetto alla media storica di almeno il 20% e lo stesso risultato si ottiene mettendo a confronto azioni europee e statunitensi. Dunque, in linea di principio vi sono ancora ampi spazi di crescita per le quotazioni azionarie del Vecchio Continente, e su questa linea sono orientati gli analisti che guardano al lungo periodo, mentre se si riduce la prospettiva ai prossimi mesi non mancano le preoccupazioni: da un’economia reale che stenta a fornire segnali di ripresa (persino la Germania è destinata a crescere quest’anno solo di qualche punto decimale, mentre le altre economie dell’area, dalla Francia all’Italia, sono in piena recessione), all’aumento delle insolvenze che affossano il settore bancario. Negli Stati Uniti, a guardare i multipli attuali, i margini di crescita dei corsi azionari sono più contenuti, ma sta di fatto che intanto continua la disponibilità di denaro a basso costo, che aiuta chi investe e si indebita. Inoltre, il boom dello shale gas (estrazione di gas da rocce scistose) è destinato a garantire l’autosufficienza energetica degli Usa entro un decennio, abbattendo i loro costi di approvvigionamento energetico. Il risultato di tutto ciò è un processo di reindustrializzazione già evidente e destinato a rafforzarsi negli anni a venire.

Lo scenario è meno ottimistico per i mercati emergenti, che pure avevano resistito alla recessione mondiale. Il listino di Mosca è sui livelli di dodici mesi fa e lo stesso vale per Shanghai, mentre l’indice S&P Bric che comprende anche le performance di Brasile e India è in leggero calo. Performance che sono il riflesso del rallentamento della crescita in atto in questi Paesi, un trend che appare destinato a durare anche quest’anno e il prossimo.

Bond a fine corsa? Le preoccupazioni sono anche maggiori sul fronte obbligazionario. Chi ha investito un anno fa su un Btp con scadenza ventennale, si ritrova oggi con un guadagno potenziale intorno al 15%, senza considerare le cedole incassate nel frattempo. È pur vero, tuttavia, che buona parte del rialzo è stata conseguita nell’ultimo quadrimestre del 2012 (sulla scia dell’affievolirsi dei timori legati a una possibile crisi dell’Eurozona), mentre negli ultimi mesi si è assistito a un continuo saliscendi. Con i titoli di Stato di Germania e Stati Uniti che restano vicini al minimo storico quanto al rendimento, e quelli italiani che hanno colmato metà del gap di un anno fa, gli spazi per continuare a guadagnare con le obbligazioni sono limitati. A maggior ragione se si investe sulla curva lunga (le scadenze più lontane), considerato che i tassi di interesse dovranno essere necessariamente rialzati con l’arrivo dell’auspicata ripresa economica.

Materie prime sotto pressione. Segnali di risveglio sono invece già evidenti sul fronte delle materie prime. In particolare l’oro, che segna ancora un calo del 20% nel confronto a un anno, ma è in crescita del 10% rispetto alla tarda primavera. La crescita economica negli Stati Uniti e l’affievolirsi dei timori inflazionistici nei mercati emergenti hanno infatti portato molti investitori che in passato avevano puntato sull’investimento rifugio per eccellenza a tornare sui propri passi. Tuttavia, la domanda proveniente dall’industria ha ripreso a crescere nelle ultime settimane, fornendo segnali di stabilizzazione.

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