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«Mercati instabili con un tetto ai BTp»

Benefici astratti, effetti collaterali concreti. Anche Giuseppe Vegas si unisce al coro di chi chiede che non venga imposto un limite alla quantità di titoli di Stato che le banche europee possono detenere: i vantaggi di una tale riforma (attualmente allo studio in Europa) sarebbero infatti del tutto teorici, mentre gli svantaggi potrebbero essere dirompenti. E immediati. Le parole del presidente della Consob, che ricalcano quelle recenti del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco e del ministro dell’Economia Padoan, sono chiare: «L’introduzione di limiti all’esposizione in titoli di Stato, potrebbe in astratto avere l’effetto positivo di dare maggiore efficacia alla politica monetaria, eliminando gli incentivi ad investire in titoli pubblici piuttosto che in crediti alle imprese. Tuttavia, in assenza di livelli di patrimonializzazione del settore adeguatamente superiori a quelli minimi regolamentari, la misura in discussione avrebbe l’effetto di avvantaggiare gli Stati con rating più elevati e di costringere le banche a ridurre bruscamente l’esposizione in titoli di Stato con rating peggiori». L’effetto sarebbe dunque violento: «Ne conseguirebbe – chiude Vegas – una nuova ondata di turbolenze e di instabilità sul mercato dei titoli pubblici».
Queste parole del presidente della Consob si inseriscono in un dibattito europeo sull’opportunità o meno (come chiesto innanzitutto dalla Germania) di porre dei vincoli ai titoli di Stato nei bilanci delle banche. Come noto, soprattutto negli anni della crisi dello spread, le banche del Sud Europa hanno acquistato titoli di Stato del proprio Paese quando nessuno li comprava più. Di fatto, hanno salvato il proprio Stato, riempiendosi i bilanci di titoli emessi dal Governo: le banche italiane, in questo contesto, hanno aumentato i BTp in bilancio dai 247 miliardi del 2011 (dati Bce) ai 455 miliardi attuali. Questa grande abbuffata ha certamente salvato gli Stati e ha regalato (grazie al rally successivo dei bond) lauti utili da trading alle banche per anni. Ma ha anche creato una concentrazione di rischi nei bilanci bancari che ora viene vista con sospetto in molte parti d’Europa. Questo è il motivo per cui la Germania (e non solo) pone in veto sulla garanzia europea dei depositi bancari: prima che gli Stati europei assicurino collettivamente i conti correnti – è la posizione tedesca – le banche del Sud Europa devono ridurre i rischi nei bilanci. Che questo venga fatto introducendo limiti massimi al possesso di titoli di Stato oppure studiando nuovi coefficienti di ponderazione poco importa: il dibattito europeo va in questa direzione.
Teoricamente, dice Vegas, il discorso sarebbe sensato. Se le banche riducessero i titoli di Stato in bilancio, avrebbero più soldi per fare il loro lavoro: erogare credito a imprese e famiglie. È vero anche, si potrebbe aggiungere, che il legame tra Stati e banche è oggi eccessivo: questo espone gli istituti di credito del Sud a grande volatilità in Borsa in relazione all’andamento dei titoli di Stato. Ridurli, dunque, avrebbe un senso. Ma gli effetti collaterali – dice Vegas – sarebbero potenzialmente devastanti. Sebbene non si possano ancora fare stime accurate su quanti titoli di Stato dovrebbero essere ceduti dalle banche (perché ancora una normativa non esiste), le previsioni attuali indicano che solo in Italia le vendite potrebbero ammontare a centinaia di miliardi di euro. Supponendo che venga imposto un limite alla detenzione di BTp pari al 25% del capitale di ogni singola banca, secondo i calcoli di Mediobanca Securities solo le prime 10 istituzioni creditizie italiane dovrebbero scaricare sul mercato la bellezza di 152 miliardi di BTp. Secondo un altro ufficio studi, che preferisce restare anonimo, l’intero sistema bancario italiano potrebbe essere costretto a vendere 310 miliardi di titoli di Stato. La Banca d’Italia, in uno studio recente, ipotizza invece numeri un po’ più bassi: le maggiori banche italiane dovrebbero vendere fino a 100 miliardi di titoli.
Per quanto queste stime siano ancora vaghe, in assenza di indicazioni più precise su un’eventuale normativa che forse mai arriverà, è facile intuire il problema: sul mercato dei titoli di Stato si scatenerebbe una bufera di cui nessuno sente il bisogno. Solo in parte ridimensionata dagli acquisti della Bce. Questo, aggiunge Vegas, andrebbe a rallentare il processo di risanamento dei conti pubblici: «Il conseguente aumento dei tassi – osserva il presidente Consob – avrebbe effetti negativi sulla sostenibilità del debito pubblico, che si sommerebbero alle attuali criticità nell’operare significative correzioni ai bilanci degli Stati per effetto di una bassa crescita». Insomma: benefici astratti, effetti collaterali concreti.

Morya Longo

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