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Mercati in altalena. Così le rate dimezzano i rischi

Investire tutto in una volta o poco alla volta? La grande confusione che ha travolto i mercati la scorsa settimana ha riaperto il dibattito sull’opportunità di affidarsi all’investimento in piccole dosi, al piano di accumulo (Pac). Gli investitori più attivi vogliono infatti capire se il ribasso abbia aperto (oppure no) nuove opportunità di investimento sulle Borse e sui mercati obbligazionari, visto che anche i prezzi dei Btp si sono ridimensionati.
Nessuno può dire con certezza se questa è un’ondata di pessimismo esagerata e se i mercati sono già sulla via del rilassamento, o se vedremo di peggio. I segnali di miglioramento economici ci sono… Ma, evidentemente, non bastano per convincere gli ottimisti e per frenare chi invece ha pigiato sull’acceleratore delle scommesse al ribasso.
I calcoli
Alla luce di queste considerazioni le gesta dei piani di accumulo iniziati dopo le ultime tre grandi crisi (2000, 2008 e 20111) possono diventare interessanti. Ecco qualche numero: dall’agosto 2008, vigilia del fallimento della banca Lehman Brothers, fino a gennaio di quest’anno, un pac in Etf azionari Italia (i fondi quotati che copiano la Borsa) avrebbe garantito un guadagno medio annuo del +3,9% contro la perdita dell’ 1,4% subita da chi avesse investito tutto in una volta (Pic). Piazza Affari, si sa, è rimasta la Cenerentola dei listini: non ha infatti ritoccato i livelli pre-crisi dei subprime, nemmeno dopo il rally del 2015. Li ha invece rivisti (e ripersi in questi giorni) la Borsa americana. E questo spiega perché un piano di accumulo partito alla vigilia del crac del 15 settembre 2008 su un fondo «fotocopia» dell’indice S&P500 avrebbe reso il 15% l’anno, contro il non certo disprezzabile 12,5% dell’investimento tutto in una botta. Dal Duemila ad oggi, e quindi con 16 anni di strada, il Pac vince sempre, su tutti i mercati. Dal 2011 ad oggi, invece, le fortune del piano lungo solo cinque anni sono alterne: sui listinipiù strutturati e meno volatili (indice Msci world dei listini modiali e Wall Street) l’investimento one shot avrebbe dato di più. Dunque questa simulazione basata su performance passate suggerisce che la lunghezza del piano ottimizza i risultati e abbassa il rischio per chi sceglie le rate. Ad una conclusione analoga arriva anche un lavoro più articolato, realizzato su serie storiche di risultati molto più ampia. «Investire gradualmente è tendenzialmente meno rischioso», spiega Raffaele Zenti, strategist di AdviseOnly. Zenti ha dato in pasto ad un algoritmo apposito ( block boostrap il suo nome) la storia dei mercati dal 1970 ad oggi. Dal computer sono usciti molti risultati statisticamente interessanti su «enne» Pac e Pic (tutto in una volta) decennali.
Le evidenze
«Con il Pac si ottengono con elevata probabilità risultati buoni nell’80% dei casi e raramente eccellenti, attenuando di molto l’eventualità di pessimi risultati» spiega Zenti. Se si utilizza il Pic, invece, sono possibili ma poco probabili risultati eccezionali: il prezzo da pagare in questo caso è un rischio molto più alto.
«Nella simulazione il versamento è pari a 120 euro — conclude Zenti —. E il risultato medio finale, pari a 189 con la soluzione unica e a 180 con il piano a rate, non è molto diverso». La grossa differenza sta nei rischi. Infatti, dice ancora Zenti, mentre la probabilità di ottenere meno di 120 euro (la somma di partenza) per il Pic è pari al 18%, per i Pac scende al 10%, quasi la metà. E quando succede di perdere, perché l’algoritmo ha processato anche tanti scenari negativi, gli effetti sono più gravi nel caso del Pic (perdita media del 24%) che con le rate (perdita media 11%).
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