Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Mercati, il rally si ferma all’Europa

Nelle sale operative, dove si parla solo inglese, lo chiamano «repricing». «Riprezzamento», potremmo dire in un italiano orribile. Eppure non esiste parola migliore per descrivere quello che è accaduto ieri sui mercati finanziari: dopo che la Federal Reserve Usa ha stupito tutti mantenendo inalterati gli stimoli monetari (gli economisti si attendevano una riduzione), nel mondo i valori di mercato si sono «riprezzati». Si sono insomma adeguati al nuovo scenario: se prima i tassi d’interesse salivano nell’attesa che la Banca centrale statunitense avrebbe reso la sua politica monetaria un po’ meno espansiva, ora scendono nella consapevolezza che questo accadrà più tardi.
Ieri si sono dunque sgonfiati i tassi sui mercati dei titoli di Stato (sulle scadenze decennali l’Italia ha ridotto gli interessi di 11 punti base, la Spagna di 8, la Gran Bretagna di 10, la Germania di 8, la Francia di 8), e sono salite le Borse (Milano +1,43%, Francoforte +0,67%, Madrid +1,01%). È sceso il dollaro, ma sono volate le valute dei Paesi emergenti (la rupia indonesiana ha registrato il balzo più forte degli ultimi 15 mesi, il riggint malesiano ha raggiunto le vette del 1998). E, in questo grande frullatore del «riprezzamento», la Fed inizia ad ottenere il risultato che sperava: ridurre in America i tassi d’interesse sui mutui e sui finanziamenti alle imprese. Nella speranza di dare fiato a un’economia che cresce, ma in maniera fragile e squilibrata.
Il grande «repricing»
Il movimento di ieri sui mercati è semplicemente la conseguenza di quanto era accaduto nei mesi scorsi. Con la convinzione diffusa che la Fed avrebbe ridotto le iniezioni di liquidità (attualmente pari a 85 miliardi di dollari al mese) e con la percezione che dal 2015 avrebbe iniziato ad alzare i tassi ufficiali, i rendimenti erano saliti negli Stati Uniti: i titoli di Stato decennali erano lievitati dall’1,62% del 2 maggio al 2,99 del 5 settembre. Questo aveva spinto al rialzo i tassi in tutto il mondo: la consapevolezza che la Fed avrebbe stampato minori quantità di moneta, infatti, riduceva l’appeal speculativo di molti titoli in giro per il mondo.
Ovvia la reazione appena la Fed ha sorpreso tutti. Innanzitutto le aspettative sulla riduzione degli stimoli monetari si sono ridimensionate: se settimana scorsa i futures scontavano il primo rialzo dei tassi Fed a dicembre 2014 con una probabilità del 63%, ora le possibilità sono scese al 34%. I rendimenti dei titoli di Stato Usa decennali sono quindi subito scesi, mercoledì sera, con una violenza che non si vedeva dal 2011. Ma ieri sono risaliti (2,75%) e pure Wall Street ha chiuso in ribasso: segno che l’effetto Fed è forse già svanito. In Europa sono diminuiti tutti i rendimenti dei titoli di Stato. Ma in maniera particolare quelli dei Paesi più deboli: non è un caso che anche l’Italia abbia ridotto lo spread rispetto ai Bund tedeschi (a 237 punti base secondo il vecchio BTp decennale e a 250 secondo il nuovo). Ad aiutare Italia e Spagna è stata anche la notizia, pubblicata nel pomeriggio dal Wall Street Journal, secondo cui l’Europa starebbe studiando un modo più favorevole per i Paesi in crisi per calcolare il deficit «strutturale».
Effetti reali
Il «riprezzamento», già ieri, è però andato più in profondità. Fino a lambire l’economia reale. Gli indici di Fannie Mae sui bond legati ai mutui trentennali hanno per esempio ridotto i tassi d’interesse di 0,2 punti percentuali: questo significa che i tassi sui mutui statunitensi (che settimana scorsa avevano toccato il massimo dal 2011 a 4,93%) hanno già ora imboccato la strada del ridimensionamento. E questo era proprio uno degli effetti sperati dalla Fed, preoccupata per il fatto che i mutui stavano rincarando troppo – sulla scia dell’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato – e che questo avrebbe azzoppato la ripresa economica. Un ribasso dello 0,2% non sarà consistente, ma è comunque nella giusta direzione.
Stesso effetto anche sui debiti delle aziende. Il premio dei credit default swap (polizze assicurative che servono agli investitori per coprirsi dal rischio di insolvenza delle aziende) è mediamente sceso in America di circa 4 centesimi, in Europa di 5 e in Asia di 9: questo significa che gli investitori considerano le imprese meno rischiose. E, di conseguenza, vuol dire che sono disposti a prestare loro denaro a un costo più contenuto. Anche questo va nella direzione auspicata dalla Federal Reserve. Morale: la Banca centrale americana, con la sua non-decisione di mercoledì, ha bloccato quel rialzo dei tassi Usa (e in parte mondiali) che lei stessa aveva scatenato quando aveva lasciato intendere che presto avrebbe ridotto gli stimoli monetari.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa