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Mercati, euforia sull’ipotesi-accordo

Sui mercati è evidentemente arrivato il giorno del contagio al contrario. Non più quello del rischio di un abbandono dell’euro da parte della Grecia, ma quello legato all’euforia per un accordo sul debito di Atene che appare più vicino, anche se non ancora effettivamente perfezionato. Non si può spiegare altrimenti una seduta che ha visto le Borse involarsi al rialzo fin dai primi minuti, senza neanche attendere l’esito dell’ennesimo vertice (che si è aperto a mercati ormai chiusi) e anche una drastica riduzione di quello spread che si era gonfiato proprio per l’avversione al rischio risvegliata dalla «Grexit».
La nuda cronaca dei numeri impone di ricordare che Piazza Affari ha chiuso in rialzo del 3,47% e che meglio di lei in Europa hanno fatto Madrid, Francoforte e Parigi, tutte con progressi vicini ai quattro punti percentuali, per non parlare della stessa Atene che ha recuperato il 9 per cento. Non è in assoluto una novità: già in un passato non certo troppo lontano gli investitori si erano lasciati andare a segnali di ottimismo, salvo poi fare un passo indietro alla successiva smentita. Ieri le oscillazioni sono state probabilmente più elevate proprio perché la data fatidica del 30 giugno, cioè quella del rimborso del prestito Fmi, si sta avvicinando inesorabilmente. E con essa si fanno anche più frenetiche le attività di chi cerca il colpaccio sui mercati o di chi invece deve correre a ricoprirsi con rapidità dopo aver puntato sullo scenario peggiore.
Logico quindi anche l’andamento nervoso all’interno della seduta stessa: con una frenata quando si è capito che il vertice di ieri sera non sarebbe comunque risultato decisivo e una successiva nuova accelerazione nel momento in cui, al termine dell’Eurogruppo, i partecipanti (compreso il presidente, Jeroen Dijsselbloem) hanno riconosciuto i «passi in avanti» e preannunciato un nuovo incontro in settimana per definire i dettagli del sospirato accordo. Stupisce, semmai, come anche gli operatori di New York, in una giornata sostanzialmente priva di spunti e con dati macro contrastati (bene le vendite di case Usa di maggio, male l’indice Chicago Fed sull’attività nel settore manifatturiero manifatturiero) si siano fatti influenzare spingendo l’indice Nasdaq ai massimi storici.
Lo «smontaggio» delle posizioni ribassiste assunte in precedenza è apparso se possibile ancora più evidente nel comportamento dei mercati dl reddito fisso. Ieri si sono venduti a piene mani i Bund per tornare prepotentemente sui titoli della periferia europea venduti fino a qualche settimana fa. L’effetto combinato ha contribuito a ridurre di oltre 20 punti base lo spread fra BTp-Bund, sceso a 129 punti (con il decennale italiano al 2,16%), e altrettanto è accaduto con il Bono spagnolo: in pratica è come se in un colpo solo si sia praticamente dimezzato l’effetto negativo di 40 punti base creato dal rischio Atene e sottolineato anche dalla stessa Bce nel bollettino economico pubblicato giovedì scorso.
Più compassato infine l’andamento dell’euro, che in una giornata piuttosto altalenante ha comunque consolidato i livelli (1,14 contro dollaro) conquistati la scorsa settimana. Ma il movimento non stupisce più di tanto: da tempo ormai, in effetti, la valuta comune si dimostra sostanzialmente immune all’evolversi della vicende greche e appare invece più influenzata da una parte dalle questioni Usa (la politica monetaria della Fed) e dall’altra dai segnali di ripresa europea (e al rialzo dei tassi del Bund, che hanno ridotto il divario con i Treasury americani).

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