Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Mercati azionari globali sensibili ai timori europei

Il rischio di una crisi generale dell’euro e l’attesa per capire quanto saranno efficaci le misure annunciate dai Governi di Eurolandia per rilanciare l’economia continuano a condizionare negativamente i listini. Ormai la paura si è estesa dall’Europa agli Stati Uniti fino – nelle ultime sedute – ai Paesi emergenti.

L’implosione economica del Vecchio continente provocherebbe una crisi recessiva planetaria, e per questo tutti quelli che maneggiano azioni sono molto guardinghi. Perché – se l’Europa dovesse collassare – i profitti globali crollerebbero e la crisi sarebbe drammatica.

Ovviamente non è detto che finisca così. La consapevolezza che alle misure di rigore si debba accompagnare una forte iniezione di ottimismo e di risorse per rilanciare l’economia ormai è stata accettata – a denti stretti – pure dalla Germania.

Ma le paludate procedure decisionali dell’Unione europea mal si conciliano, in termini di tempo, con la rapidità imposta dai mercati. Quindi, anche se tutto andrà nel senso giusto (verso la crescita), certamente avremo un po’ di mesi, forse qualche trimestre, di volatilità.

Un periodo durante il quale non vi saranno, sia pure in un nervoso saliscendi dei prezzi azionari, sconvolgimenti epocali. Ma uno stillicidio di delusioni, accompagnato da qualche sbuffo di ottimismo, questo sì.

Il 17 giugno vi sarà una nuova tornata elettorale in Grecia, che tutti interpretano come un referendume pro o contro l’euro. Fino a quel momento le Borse balleranno.

D’altra parte però, ricorda Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, nella sua ultima newsletter, «i mercati sono prudenzialmente posizionati a metà strada tra una crisi caotica in Grecia e una ripresa di controllo da parte delle autorità europee. Il quadro macro è scivolato sullo sfondo, ma non ha perso d’importanza. Se non c’è panico è grazie alla tenuta degli Stati Uniti e della Germania. La Cina è in rallentamento vistoso, ma da qualche settimana preme sull’acceleratore. Il petrolio si è indebolito, ma i dati macro, per effetto del loro consueto ritardo, non hanno ancora catturato l’effetto positivo su consumi e sentiment. Lo faranno fra un mese, con un timing quanto mai opportuno».

Lo scenario più probabile sarà quello già visto in Europa: tensione sui mercati e successiva risposta dei policy maker. «Se la risposta risulterà convincente – osserva Fugnoli –, il recupero dei mercati darà poco tempo per comprare. Chi è scarico e anche solo moderatamente ottimista, quindi, farà bene a comprare qualcosa anche prima delle nuove elezioni greche».

Ma che possibilità c’è che tutto vada invece per il peggio? E poi, sarebbe davvero il peggio? Per noi e per i nostri risparmi sì, perché un’uscita immediata dall’euro vorrebbe dire ritrovarsi con una moneta svalutata del 30-40% rispetto all’euro. Per i nostri figli magari no, perché il Paese – se riuscisse anche ad avviare un risanamento dei conti pubblici (vedi intervista a fianco) – potrebbe riprendere una crescita di lungo periodo. Non si può dimenticare che quando, esattamente dieci anni fa, l’Argentina fece default (dopo dieci anni di ancoraggio al dollaro) i primi anni furono pesanti, ora però il Paese si sviluppa a un ritmo dell’8% annuo.

Ma torniamo alle prospettive di oggi, sulle quali gli economisti sono divisi. L’idea prevalente è che, anche se nel breve periodo (3-6 mesi) prevarrà l’incertezza, è probabile che poi l’economia globale scivoli in una fase di stagflazione.

Questo scenario, scrivono gli analisti di Reichmuth & Co., prevede che «le banche centrali resteranno espansive, finanziando quindi più o meno apertamente i deficit nazionali. I Governi interverranno nell’economia per via normativa e attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale, condizionando negativamente la crescita, mentre l’inflazione inizierà a salire».

In questo contesto le banche centrali terranno i tassi d’interesse, anche a lungo termine, artificiosamente bassi, provocando un apprezzamento dei beni reali, ma anche disinnescando – con il proseguire del tempo – il rischio del debito pubblico e allontanando così il pericolo di default statali. Gli investimenti migliori, in questo contesto, sono «le obbligazioni indicizzate, le azioni di imprese multinazionali con buoni dividendi, gli immobili, l’oro e l’argento».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Alla fine, dopo un consiglio sospeso e riaggiornato a ieri pomeriggio, l’offerta vincolante per l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Scatta l’operazione-pulizia del Recovery Plan. Dal primo giro di orizzonte del gruppo di lavoro di...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Negli ultimi giorni, la stampa è entrata improvvisamente nel mirino di alcuni governi in Europa del...

Oggi sulla stampa