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Meno trading più prestiti

L a domanda sembra semplice ma non lo è: quando le banche smetteranno di sistemare i loro bilanci grazie al trading e torneranno a generare dall’impiego di capitale? Ovvero, quando torneranno a fare le banche, istituzioni che prestano soldi a imprese in espansione per lucrarne la giusta remunerazione del capitale investito e del rischio corso e la smetteranno di sbizzarrirsi in complesse operazioni di finanza pura? Va detto chiaro che la finanza, demonizzata negli ultimi anni, per un arco di tempo almeno parimenti lungo è stata il vero toccasana di manager e azionisti, che si sono riempiti le tasche con utili che sembravano infiniti. Ma oggi serve una svolta.
Basta agli eccessi
La forma, anche in questo caso, vale la sostanza. Ma è innegabile che le banche italiane devono oggi trovare il modo di tornare a finanziare l’economia reale, di essere motore di sviluppo, non razziatrici di ultima istanza. Certo, il panorama del credito che si intravvede in questi ultimi giorni del 2012, non rinfranca. Le banche italiane hanno messo assieme — ultimi dati Abi disponibili, risalenti all’ottobre scorso — la non indifferente cifra di 120 miliardi di euro di sofferenze. Una montagna di denaro che difficilmente ritornerà nelle loro disponibilità visto lo stato dei creditori — imprese ma anche semplici risparmiatori che si sono indebitati per acquistare casa, compiendo talvolta un passo più lungo della gamba — e che ben fotografa la dimensione della crisi nella Penisola. Una montagna di denaro che cresce al ritmo del 17 per cento annuo e che incrementa il proprio valore di un paio di miliardi al mese. Se la tendenza è confermata, oggi dovremmo già essere verso i 125 miliardi di euro… A cui idealmente aggiungere i 55 miliardi di obbligazioni emesse dalle banche italiane e in scadenza entro il 2014.
In una situazione tanto pesante il Monte dei Paschi di Siena — che pure ha appena chiuso un rilevante accordo con le controparti sociali che permetterà di collocare a riposo un migliaio di dipendenti nei prossimi anni, mentre altri 1.100 continueranno a lavorare ma al di fuori del perimetro di Mps — ha annunciato per il 25 e 26 gennaio l’assemblea straordinaria per la sottoscrizione di 3,9 miliardi di Monti bond. La situazione patrimoniale della banca senese e del suo principale azionista, la Fondazione Monte dei Paschi, è gravemente compromessa da anni di leggerezze vissuti nella profonda convinzione che nulla avrebbe potuto scalfire l’anomalia senese, banca di stato e di mercato, capace di spericolate operazione di acquisizione e di dialogare al tempo stesso con le forze della politica locale e nazionale, portandone il marchio nel proprio stesso codice genetico. Ora è presentato il conto e l’amministratore delegato Fabrizio Viola somministra la cura.
Il nodo delle autorità
Ad aggravare la condizione quotidiana degli istituti di credito di casa nostra c’è poi questa suprema confusione sul ruolo di controllori e controllati, di Authority locali e di sovrintendenti internazionali che ha toccato livelli paradossali nel caso degli accordi di Basilea 3. Dopo che per anni la città svizzera — dove nel tempo, con una buona dose di presunzione, si sono firmati accordi tra partner internazionali volti a governare a tavolino le complessità future del mondo del credito e dell’economia — è stata vissuta come l’incubo notturno di banchieri e azionisti, all’improvviso, mentre già si distingueva in fondo al rettilineo il traguardo dell’entrata in vigore delle nuove norme, fissato inizialmente al 1° gennaio 2013, tutto è stato mandato all’aria da una imbarazzante quanto schietta presa di posizione delle maggiori autorità finanziarie degli Stati Uniti. L’Europa, con la farraginosità che contraddistingue la sua azione, ha impiegato dell’ulteriore tempo a capire, ma alla fine si è allineata, guadagnando un rinvio. Pazienza se alcune banche (Unicredit e Intesa su tutte) han dovuto far ricorso ai soci per puntellare situazioni di patrimonializzazione che gli americani non si sognano neppure di prendere in considerazione. Così, l’anno segnato dalla crisi greca, dall’esplosione delle difficoltà delle casse di risparmio spagnole e dal vergognoso scandalo dei tassi taroccati sulla piazza di Londra — con beffa e truffa ai danni di milioni di risparmiatori — si chiude con un segnale se non di ottimismo almeno di buonsenso.
Gli appuntamenti
Angela Merkel concluderà il proprio mandato nel prossimo ottobre. Molto prima l’Italia dovrà scegliere la direzione del proprio futuro che, dopo l’epoca berlusconiana, ha vissuto tredici mesi di rigore. Fra nove settimane sapremo come andrà. Di sicuro se il rigore era necessario vale la pena ricordare che la maggiore economia al mondo — che aspettando la Cina è ancora quella degli Stati Uniti d’America — negli ultimi 75 anni ha chiuso il proprio bilancio statale in deficit per 65 volte. Solo per 10 anni gli Usa non sono finiti in rosso. E molto spesso hanno battuto moneta con generosità accettando il rischio di una qualche inflazione pur di stimolare la crescita. Ecco, la parola magica è proprio crescita. Se si riuscirà a vederne sprazzi nel corso del 2013, quel momento atteso in cui gli utili delle banche matureranno dall’impiego di capitale anziché dallo spericolato trading sulle montagne russe della Borsa, sarà arrivato. Sarebbe una splendida notizia. Perché delle banche — per quanto criticabili e migliorabili — l’intero sistema economico non può fare senza. A meno di non tornare al baratto.

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