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«Meno tasse sulle imprese»

di Rossella Bocciarelli

La riforma del fisco è necessaria e deve tradursi nell'esigenza di ridurre il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese; ma, dal momento che una riduzione dei carichi fiscali complessivi è preclusa dal livello elevato della spesa pubblica e dall'esigenza di ridurre il debito, la risposta va cercata in un riequilibrio fiscale a parità di gettito. Il presidente di Assonime, Luigi Abete, ha illustrato ieri nel corso dell'assemblea biennale dell'associazione fra la società quotate la propria proposta per una riforma tributaria.

Nell'esercizio di valutazione d'impatto presentato da Assonime, a 50 miliardi di euro di maggiori entrate corrispondono 50 miliardi di euro di minori entrate o maggiori spese pubbliche. Come? Da un lato l'aumento delle aliquote Iva porterebbe 40 miliardi in più nelle case dello stato; altri 9 miliardi potrebbero venire dalla imposta annuale sulle attività patrimoniali delle persone fisiche, con un'aliquota dell'1% (ma non la si deve chiamare patrimoniale, secondo il presidente dell'associazione delle società quotate, perchè la base imponibile sarebbe la ricchezza netta delle famiglie, dunque al netto dell'indebitamento, una grandezza che veniva stimata qualche tempo fa da Banca d'Italia in un ammontare pari a oltre otto volte il reddito disponibile). Infine, un altro miliardo arriverebbe all'Erario da un intervento per rendere uniforme la tassazione dei redditi finanziari. Queste risorse potrebbero in primo luogo essere destinate a una riduzione dell'aliquota Irpef: ridurre l'aliquota più bassa dal 23% al 20% costerebbe 13 miliardi. Altri otto miliardi potrebbero essere destinati a un contributo per i meno abbienti, 15 miliardi potrebbero essere finalizzati a un sussidio generale di disoccupazione; due miliardi si potrebbero spendere per la tassazione degli affitti con cedolare secca al 20% e, infine, 12 miliardi potrebbero essere destinati a una riduzione dell'aliquota Ires. Per Abete la proposta di riforma fiscale «deve procedere apertamente davanti all'opinione pubblica, sulla base di chiare evidenze empiriche sull'impatto dei diversi interventi. La soluzione non può essere cucinata in stanze chiuse e servita in tavola come un piatto senza alternative».

La riduzione delle tasse proposta da Assonime passa anche, come si è visto, attraverso «l'imposta sulla ricchezza delle persone fisiche». Secondo Abete «questa imposta rappresenta nel nostro schema, una componente essenziale di trasparenza ed equità, in un sistema nel quale i percettori di redditi superiori ai 100mila euro annui sono circa 390mila, meno dell'1% dei contribuenti, mentre la ricchezza netta delle famiglie ammonta a 8.600 miliardi di euro». «Abbiamo proposto di denominare tale imposta con l'acronimo Ctc – ha spiegato Abete – che sta per Contributo per la trasparenza e la crescita: i due obiettivi essenziali della riforma del fisco nell'attuale fase del nostro paese». Nella sua proposta Abete non include l'evasione tra le fonti di copertura «non solo perchè la serietà impone di prendere in considerazione solo entrate certe e affidabili, ma anche perchè i benefici della lotta all'evasione dovrebbero essere automaticamente destinati a ridurre i carichi di chi le imposte le paga».

Va segnalato, tuttavia, che l'idea di uno spostamento dall'imposizione diretta a un aumento dell'Iva trova fortemente contrario il mondo della grande distribuzione: «Pensare di poter uniformare le aliquote al 20% – ha dichiarato il dice il presidente di Federdistribuzione Giovanni Cobolli Gigli – ci pare una follia: significherebbe indurre aumenti dei prezzi dal 9% al 15% nel caso dei prodotti essenziali per le famiglie e che attualmente hanno l'aliquota al 10% (carne, uova, riso, zucchero, ecc.) o al 4% (pasta, latte, ortaggi, formaggi ecc.) con inevitabili impatti sui consumi». E questo, ha aggiunto «in un momento nel quale dobbiamo fronteggiare un calo del reddito disponibile delle famiglie e una già manifestata tensione sui prezzi per gli incrementi delle materie prime. Noi siamo favorevoli a una riduzione della pressione fiscale sulle famiglie, ma non a un suo finanziamento attraverso l'aumento dell'Iva, di qualsiasi entità esso sia».

 

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