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Meno tasse su lavoro e imprese Il governo prepara il negoziato

Per il momento è tutto congelato, ci sono ancora da trovare e definire le coperture per evitare l’aumento dell’Iva e dare corpo all’azzeramento dell’Imu, e soprattutto c’è una settimana caldissima che si apre oggi, con il voto in Giunta del Senato sulla decadenza di Berlusconi da senatore.
Ma se il governo passerà indenne i prossimi giorni, come Letta si augura, subito il presidente del Consiglio ha intenzione di rivedere i rappresentanti delle imprese e i leader dei tre maggiori sindacati, come ieri è tornato a chiedere il segretario della Cisl Bonanni, per definire insieme alcuni dei punti centrali della nuova legge di stabilità, che dovrebbe essere approvata entro la metà di ottobre.
L’entità degli interventi sul costo del lavoro è ovviamente ancora ballerina: nessuno, né al ministero dell’Economia, né a Palazzo Chigi, si sbilancia. Non ci sono bozze, né cifre, né documenti, spiegano sia nello staff di Saccomanni che in quello del capo del governo. Alcuni miliardi di euro sul costo del debito, in più o in meno, a seconda dell’andamento dello spread, saranno determinanti. Ma gli obiettivi di medio periodo, che con la legge di ottobre si definiranno, sono almeno due.
In primo luogo «una busta paga più pesante»: di quanto è oggi impossibile dire, ma nelle intenzioni dell’esecutivo di quanto basta per lasciare più denaro nelle tasche dei lavoratori e della famiglie, in modo da stimolare la domanda interna e i consumi e cercare di rafforzare quei flebilissimi segnali di ripresa che da alcuni giorni vengono citati o rincorsi, nelle dichiarazioni, da parte di molti esponenti del governo.
In secondo luogo un taglio del carico fiscale sul lavoro anche per le imprese, in modo da ottenere lo stesso effetto sulla programmazione delle aziende, alleggerendo le situazioni di crisi o consentendo aumenti di competitività più che mai necessari visto il costo di fare impresa in Italia.
L’impegno di intervenire sul cuneo fiscale, o comunque di alleggerire il costo del lavoro, è del resto un impegno programmatico di questo governo. Letta ne ha fatto un cardine del suo discorso di presentazione alle Camere, sul quale ha ottenuto la fiducia e per Palazzo Chigi rappresenta il baricentro della politica economica di medio e lungo periodo, almeno se questo esecutivo riuscirà a superare indenne la turbolenza legata al caso Berlusconi.
Un intervento sul costo del lavoro, allo stesso tempo, mette tutti d’accordo: imprese, sindacati e maggioranza. E’ un impegno assunto anche in sede internazionale, di recente promesso da Letta anche a Mosca, nel corso del G20, illustrando gli sforzi e i progetti che attendono il nostro Paese nei mesi venturi. Mentre è in corso di elaborazione il provvedimento che dovrebbe renderci più appetibili agli investimenti esteri, chiamato a Palazzo Chigi “Destinazione Italia”, sul quale sta lavorando una squadra di tecnici ed esperti coordinata dallo stesso presidente del Consiglio, l’altro pilastro della politica economica è proprio quello legato al costo del lavoro.
Di sicuro non sarà facile: l’esperienza, i precedenti del governo Prodi, insegnano che non sempre intervenire sul cuneo fiscale significa ottenere effetti significativi in termini di economia reale. Le imprese possono beneficiare dei risparmi dirottandoli su spese diverse dagli investimenti, le famiglie italiane possono fare altrettanto, senza trasformare automaticamente in consumi un aumento del reddito disponibile.
Anche per questo il premier vuole affrontare questo capitolo con il massimo consenso possibile. E magari evitando gli errori del passato. Cercando di centrare un obiettivo che sarà innanzitutto politico, perché prevederà immancabilmente tagli alla spesa: «Per ora siamo ancora concentrati sulle coperture di Iva e Imu, poi dovremo fare delle scelte: sul costo del lavoro potremo piazzare 5, 10 o 15 miliardi di euro, nessuno al momento è in grado di fare previsioni, di sicuro dovremo fare delle scelte, politiche», dicevano ieri pomeriggio al ministero dell’Economia.

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