Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Meno regali aziendali sotto l’albero per l’Iva poco generosa e la crisi

Non è difficile immaginare che le prossime festività natalizie, seguendo peraltro il trend negativo degli ultimi anni, risentiranno della crisi. Non solo nei consumi delle famiglie, ma anche nella cosiddetta regalistica aziendale, riconducibile alle spese di rappresentanza, composte in buona misura da prodotti del made in Italy quali vini, dolciumi, prosciutti e delizie varie della tradizione enogastronomica domestica. E i prevedibili risparmi delle aziende alimenteranno il corto circuito meno consumi, meno produzione, meno lavoro. Insomma, le ombre della crisi appanneranno le luci del Natale. In questo quadro non proprio roseo, vediamo come si comporta l’Iva con gli omaggi, analizzando l’intreccio delle norme sulle spese di rappresentanza e sulle cessioni gratuite.

Spese di rappresentanza, l’Iva (quasi sempre) a costo. È opportuno prendere le mosse dalla disposizione della lettera h) dell’art. 19-bis1 del dpr 633/72, secondo cui «non è ammessa in detrazione l’imposta relativa alle spese di rappresentanza, come definite ai fini delle imposte sul reddito, tranne quelle sostenute per l’acquisto di beni di costo unitario non superiore a 25,82 euro».

La norma sancisce l’indetraibilità totale dell’imposta sulle spese in questione, con l’unica eccezione di quelli che per comodità di esposizione si possono definire «piccoli omaggi». In merito alla portata oggettiva del divieto, va evidenziato che esso colpisce le spese di rappresentanza così come definite agli effetti delle imposte sul reddito, a prescindere dal fatto che, ai fini di tali imposte, i costi siano ammessi in deduzione (si veda, al riguardo, il decreto ministeriale del 19 novembre 2008).

In altre parole, la detrazione dell’Iva è preclusa per il solo fatto che una determinata spesa sia qualificabile «di rappresentanza», indipendentemente dal trattamento riconosciuto ai fini della determinazione del reddito.

Pertanto: gli acquisti di beni e servizi che, ai sensi del decreto, non costituiscono spese di rappresentanza, ricadono nella disciplina generale secondo cui l’Iva è ammessa in detrazione se si tratta di acquisti che presentano un nesso con l’attività che genera operazioni imponibili ed equiparate; gli acquisti di beni e servizi che il decreto stesso qualifica espressamente «spese di rappresentanza», restano esclusi dal diritto alla detrazione dell’Iva, fatta eccezione per i piccoli omaggi, su cui appresso.

Il divieto della lettera h) dell’art. 19-bis1 suscita qualche perplessità sotto il profilo dell’armonizzazione comunitaria della disciplina Iva. L’art. 17, par. 6 della sesta direttiva del 1977, ora trasfuso nell’art. 176 della direttiva 112 del 2006, nel demandare al consiglio dell’Ue il compito (tuttora inadempiuto) di individuare le spese che non danno diritto a detrazione, prevede in effetti che in ogni caso saranno escluse dal diritto alla detrazione «le spese non aventi un carattere strettamente professionale, quali le spese suntuarie, di divertimento o di rappresentanza». La disposizione nazionale, pertanto, nel dettare il divieto di detrazione dell’imposta relativa alle spese di rappresentanza è in linea con l’obiettivo della direttiva; in questo contesto, il rinvio formale alla definizione di tali spese dettata ai fini delle imposte sul reddito, pur non essendo coerente con le caratteristiche del tributo armonizzato a livello comunitario, potrebbe anche tollerarsi, stante la carenza di una disciplina comune. Occorre però considerare che il divieto è stato introdotto nell’ordinamento nazionale soltanto con il dlgs n. 313 del 2 settembre 1997, con effetto dal 1° gennaio 1998. In proposito, nella circolare n. 328 del 24 dicembre 1997 è stato osservato che tale nuova previsione di indetraibilità «recepisce quanto previsto dall’articolo 17, par. 6, della VI direttiva Cee». La circolare aggiunge che «le spese di rappresentanza sono quelle sostenute dai contribuenti per offrire al pubblico una immagine positiva di se stessi e della propria attività, nonché per promuovere l’acquisizione e il consolidamento del proprio prestigio».

Con sentenza 21 aprile 2005, C-25/03, tuttavia, la corte di giustizia ha rilevato, in ordine alla disposizione dell’art. 17, n. 6 della sesta direttiva, che allo stato attuale del diritto comunitario non esiste alcun atto del consiglio che escluda il diritto alla detrazione per le spese non aventi carattere strettamente professionale, quali le spese per fini di lusso, di svago o di rappresentanza.

Sembrerebbe doversi concludere, pertanto, che la disposizione della lettera h) dell’art. 19-bis1, sebbene conforme, come si è detto, agli obiettivi enunciati dalla normativa comunitaria, essendo stata introdotta dopo l’entrata in vigore della sesta direttiva (e, a quanto consta, al di fuori del procedimento di deroga autorizzata), si pone in contrasto con il divieto per gli stati membri di introdurre autonomamente ulteriori limitazioni del diritto alla detrazione, non previste nei rispettivi ordinamenti alla data di entrata in vigore della sesta direttiva (divieto che si evince dall’art. 17, par. 6, secondo comma della sesta direttiva, ora art. 176, secondo comma, direttiva n. 112 del 2006).

Piccoli omaggi con Iva detraibile. Il divieto di detrazione sancito dalla lettera h) dell’art. 19-bis1 non vale, come si diceva, per le spese di rappresentanza costituite da acquisti di beni di costo unitario non superiore a 25,82 euro. Di conseguenza, l’imposta assolta sugli acquisti di beni da omaggiare alla clientela in particolari occasioni è detraibile se il costo unitario del bene è contenuto nel suddetto limite (si deve ricordare, in proposito, che ai fini dell’imposizione diretta il limite per la deducibilità integrale dei piccoli omaggi è stato elevato qualche anno fa a 50 euro, mentre ai fini Iva è rimasto invariato; pertanto, se il costo del bene supera 25,82 euro, nell’importo massimo di 50 euro deducibile ai fini delle imposte sul reddito occorre tenere conto anche dell’Iva non detraibile).

Spesso gli omaggi aziendali hanno per oggetto beni acquistati per tale specifica finalità, non rientranti dunque tra quelli ordinariamente prodotti o commercializzati dall’impresa: si pensi all’imprenditore o al professionista che acquista una confezione di panettone e spumante da regalare ai clienti di riguardo.

Non è infrequente, però, che l’omaggio sia costituito da un bene rientrante nell’oggetto dell’attività propria dell’impresa: ad esempio, il gestore di un’enoteca offre in omaggio ai clienti una cassetta di vini. In relazione a questa ipotesi, il ministero delle finanze, nella circolare n. 188/1998, ha affermato che l’acquisto non può essere trattato ai fini Iva come spesa di rappresentanza. La tesi, però, non convince, sembrando invece corretto che qualora il contribuente, al momento dell’effettuazione dell’acquisto del bene, sia in grado di prevederne una destinazione diversa rispetto a quella ordinaria, possa comportarsi in senso conseguente, qualificando l’acquisto come spesa di rappresentanza, e quindi esercitare la detrazione soltanto se il costo unitario non supera 25,82 euro. Sul tema si tornerà più avanti.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«La priorità oggi è la definizione di un piano concreto e coraggioso per fruire dei fondi dedicat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Sempre più al centro degli interessi della politica, ora la Banca Popolare di Bari finisce uf...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il post-Covid come uno spartiacque. Le aspettative dei 340 investitori che hanno partecipato alla di...

Oggi sulla stampa