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Meno privacy per i naviganti. Più soldi per i giganti del Web

I cittadini Usa che vanno in Rete perdono un’altra grossa fetta della loro «privacy» e anche la possibilità di ridurre i giganteschi squilibri nella distribuzione della ricchezza a favore dei giganti della tecnologia dando un valore alla cessione dei loro dati personali. Il voto col quale la Camera di Washington l’altra sera ha deciso di cancellare le norme della Fcc, l’Agenzia federale per le comunicazioni, che vietano ai gruppi di tlc (telefonici e gestori di cavi tv e banda larga, da AT&T a Comcast) di vendere i dati sensibili del traffico dei loro clienti a fini commerciali non è di per sé sconvolgente: i repubblicani che hanno votato il provvedimento (già approvato dal Senato) sostengono che le norme della Fcc, introdotte in fretta alla vigilia delle elezioni presidenziali di novembre, avevano creato una situazione squilibrata.

Il divieto, infatti, non si applica alle società della «Internet economy»: gruppi come Facebook e Google, che oggi godono di un quasi monopolio del mercato pubblicitario digitale, d’ora in poi dovranno dividere la torta coi giganti delle telecomunicazioni. Tra gli sconfitti, ancora una volta, i produttori di contenuti, gli editori, sempre più marginalizzati dai gestori del traffico in Rete. Ma è anche il singolo utente, il cittadino, a uscire sconfitto: perde il controllo delle sue informazioni personali, si espone a rischi per quanto riguarda la sicurezza informatica e cede gratuitamente informazioni che hanno un loro valore economico.

Reti sociali e motori di ricerca come Google sostengono di ricompensare gli utenti offrendo gratuitamente servizi come le mappe. Tesi discutibile, ma che può essere sostenuta. E, comunque, chi non vuole esporre i suoi dati personali può sempre evitare di servirsi di Google o Facebook. Il discorso è diverso per i grandi «carrier» della Rete che controllano tutti gli accessi a Internet, compresi quelli del frigorifero, della caldaia e delle luci, se si vive in una casa collegata al web. Insomma il controllo e l’appropriazione dei dati da parte di queste società può essere molto più penetrante: arriva fino alle informazioni sulla salute e la situazione finanziaria dell’utente.

La Fcc aveva creato un campo da gioco in pendenza, si difendono i parlamentari che hanno votato la norma. Vero, ma è solo perché le società di Internet non dipendono dalla Fcc ma da un’altra agenzia federale, la Ftc: per riequilibrare il campo bastava chiederle di introdurre lo stesso divieto. È nelle tradizioni del Congresso che in passato ha sempre difeso la «privacy». Non stavolta: hanno prevalso la logica del «business» e la «lobby» della pubblicità.

Massimo Gaggi

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