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“Meno precari e disparità con il Jobs Act le imprese investiranno sui giovani”

NEW YORK — «Il Jobs Act di Renzi è una buona idea. Ed è anche migliorabile». È il giudizio di Enrico Moretti, economista italiano che insegna a Berkeley, autore della “Nuova geografia del lavoro” (Mondadori), considerato uno dei massimi esperti della materia qui negli Stati Uniti.
Che cosa le piace del Jobs Act?
«Nel breve periodo interviene sull’eccessiva polarizzazione del mercato del lavoro italiano, che divide i dipendenti permanenti da quelli (per lo più giovani) che hanno miriadi di contratti atipici, a tempo determinato. In Italia il datore di lavoro non ha incentivi che lo spingano a investire nei giovani, gli conviene disfarsene quando scade il contratto determinato e assumerne altri. Rendendo più flessibile la parte del lavoro dipendente a tempo indeterminato si riduce il gap e si va verso quel contratto unico di lavoro che è la proposta Boeri-Garibaldi. È giusto, è un passo avanti. Meglio ancora sarebbe andare fino in fondo: con un sistema davvero unico, in cui la flessibilità sia per tutti, ma con una buonuscita crescente nel tempo come costo per i licenziamenti».
E il cuneo fiscale?
«Tutti concordano che va ridotto, è un peso enorme sul costo del lavoro italiano. Bisogna capire di quanto ridurlo e dove reperire le risorse. Io suggerisco di concentrare proprio qui tutti gli sforzi. È sbagliato disperderli in tanti rigagnoli: un po’ di abbassamento del cuneo, un po’ di sussidi per la bolletta energetica, un po’ di aiuti diretti all’edilizia. Con la dispersione l’impatto si attenua, si fanno manovre poco trasparenti, e non cambia la predisposizione ad assumere».
Nel lungo periodo quali integrazioni al Jobs Act giudica necessarie?
«Una strategia di investimenti nel capitale umano. Una politica dell’innovazione. E un nuovo approccio alle disparità regionali. Sul primo punto: l’Italia ha un deficit di laureati nelle discipline più produttive, quelle che nel resto del mondo coincidono con i settori trainanti dell’occupazione. Sull’innovazione bisogna spingere le imprese italiane perché abbiamo un’industria troppo concentrata su settori vecchi. I divari regionali: qui negli Usa gli Stati del Sud hanno avuto un recupero di sviluppo e di occupazione puntando sulla competitività dei salari più bassi. Bisogna ripensare l’Italia come tanti mercati del lavoro regionali. Questo andrebbe tenuto presente anche nel sussidio di disoccupazione: non può essere uguale a Milano e a Ragusa, va commisurato al costo della vita».
Ecco, sul sussidio di disoccupazione detto Naspi, lei cosa pensa?
«Ben venga. Avvicinerebbe l’Italia agli altri Paesi industrializzati. E al tempo stesso è il complemento naturale di un mercato del lavoro più flessibile. Da un lato i lavoratori concedono più flessibilità, dall’altro guadagnano in sicurezza. È importante che il Naspi serva come sostegno di reddito in un periodo-ponte fra due lavori. In questo senso forse due anni sono perfino troppi. Qui negli Usa dura 26 settimane, salvo prolungarlo in periodi di recessione. Anche la Svezia, che ha un Welfare più generoso, sta accorciando la durata del sussidio per non scoraggiare la ricerca attiva di un nuovo lavoro. Altri usano un sussidio decrescente come incentivo a quella ricerca».
Ma in altri Paesi al disoccupato vengono offerte vere opportunità di formazione.
«Questo in Italia è un punto debole. La formazione è poco efficace, è in mano a miriadi di piccole imprese che ricevono fondi europei, ma esistono pochi studi sui risultati reali. Qui in America è obbligatorio avere delle ricerche sull’impatto reale della formazione sulle chance di ritrovare un lavoro».
Jobs Act e Naspi che possono fare, se non c’è crescita?
«La sfida è che l’introduzione di più flessibilità e di nuove forme di protezione, riducendo i costi delle assunzioni, dia uno shock positivo alla domanda di lavoro e contribuisca alla ripresa ».

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