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«Meno intervento pubblico nei servizi»

Per aggredire la spesa pubblica non bastano più i «mezzi tradizionali delle politiche di bilancio». Dolorosi, certo, e capaci di un effetto-tampone, ma ormai insufficienti. Per farcela, serve piuttosto «una revisione coraggiosa dei confini dell’intervento pubblico». La riduzione del perimetro statale, rilancia la Corte dei conti, deve passare inesorabilmente per una «maggiore partecipazione dei cittadini alla copertura di alcuni servizi», facendo pagare di più chi ha più «capacità contributiva». Meno pubblico nei servizi, insomma, e gli italiani che hanno di più paghino di più, a seconda del reddito. Ma per raddrizzare la barca dei conti e agganciare la ripresa con politiche durature e di stimolo alla crescita, le ricette non possono prescindere dalla riduzione dell’«intollerabile» pressione fiscale da un rilancio degli investimenti. Dall’attenzione che va posta dalla rigidità della spesa pensionistica e del suo peso sulla spending review.
La parifica del bilancio dello Stato nel 2014, nella tradizionale cerimonia della magistratura contabile con la relazione del presidente Raffaele Squitieri e la requisitoria del Pg Martino Colella, ha consegnato ieri una foto di gruppo in chiaroscuro della pubblica amministrazione. Dove i (timidi) segnali di risveglio sono ancora insufficienti, e semmai sono non solo mediaticamente superati dalla continua scoperta delle tante cose che non vanno. E che neppure le riforme messe in campo dal Governo fin dall’anno scorso – e in parte promosse dalla Corte dei conti: dall’anticorruzione alla scuola fino alla lotta alla burocrazia vecchio stile – riescono ancora a scalfire.
E così ecco la morsa del fisco che ha pesato lo 0,1% in più toccando quota 43,5%, uno scarto di 1,7 punti in più di pil rispetto alla media dell’area euro: «Difficilmente il sistema economico potrebbe supportare ulteriori aumenti della pressione fiscale», ha scandito Enrica Laterza, presidente di coordinamento delle sezioni riunite della Corte dei conti. Non senza rilevare che, nel piegare la politica fiscale agli obiettivi immediati di gettito, è stata intanto «sacrificata l’esigenza di una ragionata revisione strutturale del sistema fiscale». Sullo stesso versante inclinato ha continuato a correre l’abbattimento della spesa in conto capitale, precipitata in quattro anni del 12% nel totale e del 23% per la componente degli investimenti fissi lordi.
Fatto sta che se poi sono ancora altri, tanti altri, i bilanci che non tornano e le “assurdità” del cattivo uso della cosa pubblica. È così per gli stessi costi della politica, che nonostante ripetuti interventi, continuano ad essere alti e molto deve «ancora essere concretamente attuato e incrementato», ha sottolineato il Pg. La spesa pubblica improduttiva come grimaldello, per aiutare al riequilibrio dell’oppressione fiscale, secondo Colella. Anche perché gli alberi storti continuano a crescere nella foresta della cosa pubblica lasciata a sé stessa e a chi dall’inerzia, dalle clientele e dalla corruzione può trarre profitto. Non è un caso che il Pg ieri abbia segnalato il peso dei derivati e del loro peso sul debito che a fine 2014 ha toccato i 160 mld (il 9% del titoli di Stato in circolazione): serve un «puntuale monitoraggio dei rischi» e una normativa ad hoc, ha aggiunto Colella.
Per non dire della new entry degli sprechi pubblici, quanto meno come dimensione del fenomeno, frutto di un’analisi condotta l’anno scorso della magistratura contabile: la galassia degli enti «controllati, istituiti e finanziati dai ministeri»: ne sono stati contati 320 e in 165 sono costati 23 mld (in calo però del 20% sul 2013). Fatto sta che sfuggono ai controlli, sono come un mondo a parte. E la retribuzione del loro personale costa in media 11mila euro in più dei colleghi dei ministeri vigilanti. «Una deriva», secondo la Corte dei conti.
Ecco perché c’è ancora parecchio da fare per raddrizzare l’albero storto e gestioni (e conti) che non tornano. Ed ecco anche perché l’insistenza ripetuta ieri dai vertici della Corte di ridelimitare i confini dell’intervento pubblico e della «necessità di riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici». Senza indicare quali, ma forse non pochi, ma indicando (e non quantificando) una «concorrenza alle spese pubbliche in ragione delle diversa capacità contributiva» sulla base di una «contestuale e rigorosa articolazione tariffaria». All’insegna dell’art. 53 della Costituzione, per cui chi più ha, più deve pagare per i servizi pubblici. Come del resto avviene per chi già , e anzi sempre di più, vive di reddito fisso. E non evade.

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