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Meno formalità sulle fatture UE

Giudici meno rigidi sulle irregolarità nella fatturazione delle cessioni intracomunitarie. È l’orientamento che emerge dalle più recenti sentenze della Cassazione, che si allinea così alle pronunce della Corte di giustizia Ue.
A inaugurare il revirement interpretativo è stata la sentenza 22127/2013 della Cassazione. Il punto di partenza è che la non imponibilità delle cessioni intra-Ue è subordinata all’indicazione nella fattura del numero Iva che il cessionario comunitario deve comunicare al fornitore e che quest’ultimo è tenuto a verificare (articolo 50, commi 1 e 2, Dl 331/93). La Corte, però, fa due passi avanti importanti:
riconosce che la mancata indicazione del numero Iva o l’omessa richiesta di conferma della sua validità non possono di per sé giustificare il diniego del regime di non imponibilità; pone come condizione il fatto che il cedente dimostri l’esistenza dei requisiti sostanziali dell’operazione intracomunitaria, compreso quello per cui l’acquirente comunitario è un soggetto passivo d’imposta che agisce in quanto tale nell’ambito dell’operazione.
Questo riallineamento è illustrato dalla sentenza 17254/2014, in cui la Cassazione, richiamando alcuni precedenti di segno diverso (fra cui la sentenza 3167/2012) che legittimavano il recupero a tassazione quando il cessionario non avesse comunicato il numero di partita Iva o l’operatore nazionale non ne avesse accertato la validità, afferma che solo il più recente orientamento è compatibile con i principi della Corte Ue. In quest’ottica, nonostante il numero di identificazione fornisca la prova dello status di soggetto passivo e agevoli i controlli, esso rappresenta pur sempre un requisito formale, la cui mancanza non può escludere la sussistenza di una cessione intracomunitaria, se l’operatore può dimostrare «in modo rigoroso» tutti i requisiti sostanziali dell’operazione.
Con la sentenza 21183 dell’8 ottobre scorso, infine, i giudici affermano che questi principi possono essere estesi al caso in cui l’operatore indichi in fattura (e negli elenchi Intrastat) una partita Iva “cessata”. Precisando anche che una diversa conclusione comporterebbe la violazione del divieto di doppia imposizione, poiché la tassazione della vendita nel Paese di partenza si sommerebbe a quella nello Stato membro di consumo del bene.
Proprio quest’ultima considerazione, tuttavia, insieme con il fatto che anche questa sentenza afferma la necessità di offrire la dimostrazione certa che le condizioni sostanziali dell’operazione sono soddisfatte, induce a riflettere su alcuni esempi concreti di cessazione della partita Iva. Vediamoli.
Numero cessato, ma errato. Un caso frequente è quello del numero che risulta sì cessato, ma che non corrisponde a quello del cessionario o perché questi lo ha comunicato sbagliato o perché il cedente ha indicato in fattura un identificativo errato, senza aver eseguito alcun controllo. Nella fattispecie, l’errore è facilmente rilevabile e giustificabile, senza pregiudizio per l’inquadramento dell’operazione come cessione non imponibile.
Numero cessato senza perdita della soggettività. In altre situazioni la partita Iva può essere effettivamente cessata, ma ciò non determina la perdita della soggettività passiva ai fini impositivi. Potrebbe trattarsi dell’adesione a regimi forfettari che talvolta, all’estero, non prevedono l’attribuzione del numero Iva o, ancora, dell’inclusione del cessionario in un gruppo Iva dotato di un unico (e diverso) identificativo. Potendo provare tali circostanze, l’operazione potrebbe restare detassata.
Chiusura dell’attività. Se la cessazione del numero identificativo corrisponde a una reale cessazione dell’attività economica ai fini Iva, non si può dimostrare il rispetto dei requisiti sostanziali della cessione intracomunitaria, che dovrà essere assoggettata a imposta nello Stato del cedente (l’acquirente non è più soggetto passivo e non può assolvere l’Iva a destino). Tuttavia, come precisa la Corte Ue (cause C- 273/11 e C-492/13) va verificato se la partita Iva è cessata con effetto retroattivo o no: in tale ipotesi i principi del diritto comunitario “salvano” la non imponibilità se l’operatore – estraneo a eventuali frodi – si è basato sui dati disponibili al momento d’effettuazione della cessione.

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