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Meno finanza? La City si reinventa Adesso è calamita delle «start up»

Londra, Parigi, Berlino. Volendo essere generosi anche una volenterosa ma ancora non competitiva Milano. La battaglia per diventare la capitale europea delle start up è in corso da tempo fra le istituzioni che hanno capito come questo mondo frastagliato e caotico sia destinato a produrre Pil e occupazione. Catturare i nuovi imprenditori, per definizione erratici e infedeli alla nazionalità, è una missione difficile. Ma il gioco vale la candela come riassume (con incredibile pragmatismo per essere un politico) il Deputy Mayor of London for Business and Enterprise , Kit Malthouse: «Qui a Londra attiriamo i pesci piccoli (le start up) per catturare gli squali (i big come Google e le altre società tecnologiche)».
Londra, in effetti, che ha sviluppato l’innovativo progetto «Tech City» sta diventando un polo di attrazione che rischia di oscurare Berlino e Parigi. Pur partendo in ritardo, in soli tre anni con un carnet di vantaggi fiscali per gli investitori e facilitazioni varie come quella per avere il visto da «startupper» sul passaporto, ha portato al successo aziende come Summly e Mendeley, acquistate rispettivamente da Yahoo! e Reed Elsevier. Un inseguimento proficuo. Berlino ha saputo creare prima delle altre un ecosistema amichevole per neo-imprenditori: spazi di co-working, wi-fi pubblico, affitti calmierati. Per Mar- kus Witte, chief executive officer di Babbel — app da 17 milioni di utenti per l’apprendimento delle lingue straniere — la stella berlinese non si sta oscurando: «Come start up internazionale abbiamo trovato qui esattamente quello che cercavamo: professionisti talentuosi da tutto il mondo. La forza d’attrazione che Berlino esercita in questo momento a livello mondiale ha un effetto positivo sulle aziende che decidono di farne la propria sede».
D’altra parte se Parigi val bene una messa varrà anche una start up. La Francia anche con un grosso impegno pubblico (Caisse des Dépôts e Oséo) ha favorito la nascita di grandi aziende dal nulla. Sarebbe scontato citare Jacques-Antoine Granjon, il «Jeff Bezos francese» con il suo impero da 1,5 miliardi di euro, vente-privee. com. Ma Deezer lo è di meno: nata come piattaforma illegale, è oggi con Spotify l’app per la musica in streaming. «All’inizio — racconta la country manager italiana, Laura Mirabella — ebbe grande importanza l’accordo con Orange, operatore telefonico francese, che grazie a Deezer rallentò anche la perdita di clienti». La riprova di un dialogo tra start up e grandi aziende per nulla scontato.
Alla fine, come nel film Tutti gli uomini del presidente , bisogna seguire i soldi per capirci qualcosa. Anche Milano che nel 2015 sarà la sede dell’Expo delle start up, il Gec, ha avuto il suo super-startupper (al quale il sindaco avrebbe anche potuto concedere la chiave della città): Vito Lomele. Ma è la capacità di attrarre investitori che fa la differenza. Lomele è dovuto andare a Londra a cercarli. Lì ha venduto la sua Jobrapido al gruppo del Daily Mail , uscendone del tutto di recente. Eos, altra storia, stesso copione: la società meneghina è stata ceduta per mezzo miliardo a una società quotata a Wall Street. E uno degli investitori della prima ora, Pierluigi Paracchi, fa due conti crudeli: «Nel primo semestre del 2013 in Italia i venture capital hanno investito complessivamente 28 milioni in 65 imprese. In Eos con il fondo francese Sofinnova abbiamo investito 22 milioni in questi anni. Il peso sul Pil del venture capital da noi è dello 0,004%, un quinto della media europea».
I numeri cantano .

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