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Meno disoccupati, creati 131 mila posti

Per il secondo mese di fila, scende la disoccupazione in Italia: rispetto al 12,7 di dicembre, a gennaio è calata al 12,6%, registra l’Istat. Con l’occasione l’Istituto di statistica fa anche il bilancio di tutto il 2014: il tasso medio è stato del 12,7%, il dato peggiore dal 1977, cioè da quando sono possibili confronti omogenei perché abbiamo lo stesso sistema di rilevazione.
Piccoli segnali positivi dopo il periodo più nero della nostra storia recente. Con un altro numero da sottolineare: rispetto ad un anno prima, a gennaio il numero degli occupati è aumentato di 131 mila unità. E questa crescita è stata trainata soprattutto dai contratti a termine: 79 mila. Probabilmente è l’effetto del primo provvedimento sul lavoro adottato dal governo Renzi quasi un anno fa, il decreto che ha allungato la durata massima dei contratti a termine più flessibili, quelli senza causale. Ma non è solo al totale che bisogna guardare: nel mercato del lavoro ci sono anche interessanti spostamenti interni. Se l’edilizia continua a navigare in cattive acque, c’è un settore che sembra andare molto più veloce degli altri: l’agricoltura, che da solo copre quasi la metà della torta, con 57 mila nuovi occupati.
«Più di 130 mila posti di lavoro nel 2014, bene ma non basta», scrive su Twitter il presidente del consiglio Matteo Renzi. «Bene, ma aspettiamo dati sempre migliori», dice da Berlino il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Mentre secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, «c’è da pensare che il 2015 possa essere l’anno di una ripartenza ancora più significativa» e si augura che per i posti di lavoro creati «150 mila sia un numero vicino alla realtà». Molto dipende dagli effetti del Jobs act , la riforma del lavoro, con i primi due decreti attuativi per i quali si attende la firma del Capo dello Stato. E in particolare dai suoi effetti sulla disoccupazione giovanile. Anche qui la tendenza è positiva, perché a gennaio è scesa dal 41,4% al 41,2%. Ma restiamo sempre agli ultimi posti nella zona euro, dove la media è quasi la metà, il 22,9%, e dove peggio di noi fa solo la Spagna, oltre a Grecia e Croazia che devono ancora pubblicare i dati più aggiornati. Un altro segnale positivo arriva dal cosiddetto fabbisogno, cioè dalla differenza fra le entrate e le uscite di cassa della pubblica amministrazione. A febbraio è sceso a 7,2 miliardi, contro i 12,7 dello stesso mese 2014. Tra le cause di questo andamento positivo, sottolinea il ministero dell’Economia, ci sono anche i «minori pagamenti per interessi sul debito pubblico», con il calo dei tassi.
Quello che continua a peggiorare, invece, è il debito pubblico. Dal 128,5% del Pil, il prodotto interno lordo, registrato nel 2013, l’anno scorso è arrivato al 132,1%. Il picco massimo dal 1995, cioè da quando sono state ricostruite le serie storiche. Nella nota di aggiornamento del Def, il documento di economia e finanza, l’obiettivo era stato fissato al 131,6%.

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