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Meno debiti, più margini: gli anticorpi delle Pmi

L’allarme rimbalza da più fronti, a maggior ragione adesso che la ripresa dei contagi Covid sul territorio minaccia nuove chiusure. Le aziende italiane però affrontano la rinnovata insidia partendo da una situazione migliore sul fronte finanziario rispetto alla crisi del 2008 e sono dunque più preparate ad affrontare la tempesta che ancora le minaccia. A dimostrarlo sono i dati di bilancio raccolti sulle maggiori imprese del Paese e analizzati da modefinance, società FinTech specializzata in soluzioni di Intelligenza Artificiale per la valutazione e la gestione del rischio di credito: rispetto a un decennio fa, la corporate Italia è mediamente più grande, meno indebitata, più redditizia e ha un merito di credito decisamente superiore.

Oggetto dell’analisi, che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, sono appunto i dati di bilancio del 2007 relativi alle prime 100mila aziende italiane per fatturato, messi a confronto con le superstiti del 2019 (circa 70mila) per estrapolare, in base ai bilanci già pubblicati a fine ottobre 2020, un campione di circa 24mila realtà. Fotografare la condizione delle nostre imprese nell’anno che ha preceduto due delle più gravi crisi economiche dell’epoca contemporanea aiuta a immaginare in che modo si possano parare i colpi oggi e fornisce indicazioni tutto sommato incoraggianti.

Rispetto a prima della crisi scatenata su scala globale dal crack-Lehman, segnala modefinance, il fatturato complessivo del campione analizzato è cresciuto del 22%, passando dai 1.256 miliardi di euro del 2007 ai 1.613 miliardi del 2019, un valore quest’ultimo vicino a quello del Pil italiano dello stesso anno (1.787 miliardi di euro). Si tratta di dati rilevanti, perché provengono da soggetti molto eterogenei fra loro per settore merceologico e dimensioni (si va da un fatturato minimo di 2,6 milioni a un massimo di oltre 84 miliardi) e che sono confermati dal dato dell’azienda mediana, il cui fatturato è aumentato addirittura di quasi il 42% dagli 8,6 milioni nel 2007 ai 12,2 milioni del 2019.

Le note favorevoli arrivano però anche sul fronte qualitativo, perché a migliorare in misura significativa in quest’ultimo decennio sono stati pure i parametri di bilancio, a partire dai livelli di indebitamento sia complessivo, sia finanziario. Il leverage, che misura l’indebitamento totale di un’impresa esprimendo il grado di dipendenza da fonti di terzi, è infatti sceso dal 2,71 all’1,91 e anche la leva finanziaria è passata da 0,53 a 0,40. Al tempo stesso il Roe, che misura la redditività del capitale proprio ovvero la bontà dell’investimento nell’impresa, è aumentato dal 3,9% al 6,5 per cento. «I numeri – sintetizza Valentino Pediroda, a.d. di modefinance – raccontano che le aziende sono oggi più preparate ad affrontare le crisi, complici anche strumenti di analisi della solvibilità più sofisticati, interventi pubblici massicci in termini di incentivi e regole più efficaci».

I miglioramenti appena evidenziati si riflettono non a caso anche nei giudizi delle agenzie di rating, che in media sono ben più elevati rispetto al passato e mostrano uno spostamento virtuoso verso le fasce superiori. L’insieme delle «Aaa» e delle «Aa» è in particolare raddoppiato rispettivamente all’1,1% e all’8,9% del campione (rispetto allo 0,5% e al 4,4% del 2007), mentre tutte le categorie investment grade sono diventate più corpose. Di contro, nei primi livelli che individuano i junk bond, in particolare «Ccc» e «Cc» le presenze si sono sensibilmente rarefatte, passando rispettivamente dal 12,4% al 6,9% e dal 4,5% al 2,9 per cento. «E questa è una buona notizia – sostiene Pediroda – anche perché nel frattempo gli strumenti di valutazione del rating sono diventati più sofisticati, più affidabili e in grado di cogliere, con l’analisi previsionale affiancata a quella storica, tutte le sfumature delle possibili insolvenze».

Affermare che tutto questo sia sufficiente per mettere le imprese italiane al riparo da brutte sorprese nell’era segnata da Covid sarebbe ovviamente un pericoloso azzardo. Anche perché, come sottolinea modefinance, «le due crisi messe a confronto sono esse stesse profondamente diverse, visto che la prima, quella del 2008, è stata prettamente finanziaria, mentre quella attuale dipende dalla domanda e dunque dall’economia reale».

Stavolta però la politica si è subito attivata, non solo a livello nazionale, ma anche in ambito europeo con massicci piani di intervento e finanziamenti. «Le aziende sono inoltre più capaci di stare in piedi nella burrasca perché, anche grazie a Basilea II e III, hanno in larga parte preso consapevolezza della necessità di monitorare costantemente i propri punti di forza e di debolezza», aggiunge Pediroda. Un sistema non certo inviolabile, quindi, ma indubbiamente più solido, per affrontare una sfida che rischia forse anch’essa di diventare più difficile.

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