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Meno Borsa, più fondi: il private equity alza i prezzi e conquista il made in Italy

Le imprese italiane si allontanano dalla Borsa milanese e scelgono altre strade e altri capitali per finanziare lo sviluppo. Dopo il disorientamento della primavera 2020, i listini e le quotazioni sono tornati in carreggiata, recuperando dai minimi già alla fine dell’anno scorso, e proseguendo fino al mini-rally di Ferragosto, prima della correzione di questi giorni. Passata la tempesta del Covid, però, Piazza Affari si sta scoprendo più povera di diversi campioni del Made in Italy. Al nuovo scenario pandemico contribuisce in misura determinante la concorrenza del private equity, sempre più interessato alle quotate, in generale più facili e più convenienti da conquistare.

Va detto che i fondi mostrano dinamicità anche fuori dal perimetro delle quotate, e in questo senso il Covid sembra avere fatto da catalizzatore per nuovi investimenti, come dimostrano i numeri del mercato mondiale, giunto a un picco storico nei primi mesi dell’anno. In generale in Italia il nuovo quadro post Covid sta però mostrando, per molti soggetti industriali, una pluralità di alternative alla quotazione a Piazza Affari, come conferma anche il trend di delisting. A questo punto, l’autunno dovrà fornire una risposta in termini di nuove Ipo, con una pipeline del mercato principale ancora poco vivace, mentre alcune realtà made in Italy hanno scelto le piazze estere.

Al contrario, la lista dei delisting del 2021 è lunga. Tra i primi ad avere abbandonato la Borsa c’è il leader delle macchine per packaging Ima, controllato dalla famiglia Vacchi, uscito all’inizio dell’anno. L’operazione, lanciata l’11 dicembre 2020, è stata condotta in porto dall’azionista di controllo in accordo con il fondo BC Partners. A 25 anni dalla quotazione, il gruppo ha abbandonato la Borsa lo scorso 28 gennaio, proprio nell’anno in cui festeggerà il sessantesimo dalla fondazione, avvenuta nel 1961. A maggio ha invece detto addio alla Borsa un’altra vecchia conoscenza del listino milanese, cioè Astm della famiglia Gavio. L’Opa sulla holding infrastrutturale è stata lanciata da un veicolo che fa capo alla stessa famiglia Gavio, di concerto con il fondo francese Ardian. Fondi in campo, più recentemente, anche per Reno De Medici, realtà attiva nella produzione di cartoncino a base riciclata per i settori fashion e pharma: Apollo global management ha comprato circa il 67% del capitale dai soci Cascades e Caisse de depot et placement du Quebec. A seguito del perfezionamento dell’operazione, Apollo promuoverà un’opa sulle azioni residue finalizzata al delisting. Si è inoltre conclusa con successo nelle scorse settimane l’opa su Sicit, realtà della green economy sbarcata sul mercato principale dall’Aim. L’operazione era stata lanciata da Circular bidco, veicolo promosso da NB Reinassance che ha agito in concerto con Intesa holding, azionista di controllo partecipata da un gruppo di imprenditori vicentini della concia che reinvestiranno nella catena di controllo di Circular Bidco, in modo di avere, insieme a NB, il controllo paritetico della società. Ha già lasciato Piazza Affari invece Guala Closures, dopo l’opa di Investindustrial, mentre è ancora in corso l’offerta di Ion investment group, soggetto con base a Londra controllato dall’imprenditore bolognese Andrea Pignataro, lanciata su Cerved in cordata con il fondo sovrano di Singapore Gic e Fsi. In via di perfezionamento, infine, l’operazione che dovrebbe portare il fondo spagnolo Asterion a controllare l’intero capitale di Retelit (di cui era già socio di maggioranza) e quindi al delisting, mentre è uscita il 3 marzo da Piazza Affari anche Techedge, dopo il fallimento dell’opa lanciata dal fondo One equity partners al quale è subentrata l’operazione promossa da Temistocle, veicolo costituito dalla cordata formata dall’ad Domenico Restuccia.

Secondo un’analisi di Intermonte Sim per Il Sole 24 Ore il trend riscontrato nelle cronache finanziarie di questi mesi si innesta su un’evidenza data dai numeri: le valutazioni delle aziende quotate, nonostante il recupero post Covid, sono oggi più basse rispetto a quelle delle realtà che si trovano sui mercati non listati. Secondo i calcoli, il premio medio delle 22 Opa totali o parziali promosse nei primi sei mesi dell’anno è del 16% sul giorno precedente, con un multiplo medio enterprise value/Ebitda di 8,5 volte, contro il 10x-11x (con picchi del 20x) pagato dal mercato del private equity in Italia nelle 88 operazioni concluse dal 2020 ai primi mesi del 2021. Il mercato equity quotato delle small cap, in particolare, oggi tratta circa 7 volte l’Ebitda per le società non financial sotto i 500 milioni di capitalizzazione (meno di sei volte se sotto i 150 milioni). La forza d’urto delle risorse dei fondi è ai massimi livelli. Secondo alcune recenti proiezioni di Kpmg su dati Refinitiv, il private equity è giunto ormai a generare un terzo dell’attività m&a mondiale, con 13.334 miliardi di asset nel 2020 e una crescita del 36% nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La pandemia ha offerto l’opportunità di lavorare sul portafoglio, dando più spazio alle operazioni “bolt on”, spesso indirizzate verso small o mid-cap, come nel caso dei target di Piazza Affari. In Italia, come sottolinea un recente report di Deloitte su dati Aifi, il private equity ha registrato nei primi sei mesi 79 operazioni, contro le 48 dello stesso periodo del 2o20, per un controvalore di circa 26 miliardi. Cresce la fiducia: per il secondo semestre le aaspettative del Deloitte private equity confidence index raggiungono un picco storico.

Accanto alle operazioni guidate dai grandi fondi, in concerto o meno con gli azionisti, ci sono stati poi molti delisting orchestrati in autonomia dalle holding di controllo. È il caso di Massimo Zanetti Beverage, uscita dal mercato il 15 febbraio, o di Panariagroup, che ha abbandonato il 6 luglio, o ancora di Carraro, delistata il 6 agosto. Lascerà Piazza Affari a fine anno anche Poligrafica San Faustino, che ha deliberato un’operazione di fusione con il veicolo Campi, che aveva fallito l’opa lanciata a fine 2020. Già tre, infine, i soggetti che quest’anno hanno scelto la quotazione in Usa anziché in Italia. Due sono campioni del made in Italy che hanno scelto la quotazione in Usa per ragioni di baricentro di mercato. Si tratta di Stevanato (soluzioni e prodotti per il pharma), che ha promosso una ipo da 6,3 miliardi di dollari a Wall Street, del gruppo dell’abbigliamento Ermenegildo Zegna, che ha collocato sempre a New York 2,5 miliardi attraverso Investindustrial acquisition corp, spac creata da Andrea Bonomi. Infine Helbiz, il player della micromobilità lanciato nel 2015 da un imprenditore italiano, con sede a New York, ha rinunciato al progetto di doppia quotazione Usa/Italia, debuttando nei giorni scorsi sul Nasdaq con la spac Green Vision.

Sesta puntata di una serie

Le precedenti sono state pubblicate il 15, 17,18, 20 e 25 agosto

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