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Mediobanca sarà più italiana

di Stefano Righi

La lunga marcia di avvicinamento al rinnovo, biennale, del patto di sindacato che regge e governa Mediobanca, vivrà venerdì prossimo, 22 luglio, una delle sue tappe fondamentali. In Piazzetta Cuccia sono in programma l’assemblea e il direttivo del patto, oltre alla riunione del consiglio di amministrazione dell’istituto. All’ordine del giorno le modifiche statutarie resesi necessarie dopo la normativa di Banca d’Italia di fine 2010, che andranno poi sottoposte all’assemblea straordinaria. L’appuntamento si inserisce in un contesto particolarmente teso sul fronte dei mercati finanziari, a cui gli organi di governo di Mediobanca vogliono dare un segnale nel senso dell’indipendenza e della leggerezza, anche in un panorama complesso com’è l’architettura di piazzetta Cuccia. Mediobanca punta a essere più attore di mercato che luogo deputato alla finanza di relazione e alcuni dei suoi snodi chiave, dal patto ai comitat i , saranno più snelli che in passato. Riduzioni Attualmente il patto che coagula gli interessi di 29 soci (vedi tabella), controlla il 44,46 per cento del capitale della banca d’affari milanese. Meno di sette anni fa, nell’ottobre del 2004, la percentuale era del 55,4. Una discesa di undici punti, che non pare conclusa. Il prossimo rinnovo, infatti, potrebbe portare a una percentuale attorno al 40 per cento del capitale la quota sindacata, con benefici attesi sul fronte della liquidità del titolo grazie ad un aumento del flottante. A scendere dovrebbero essere soprattutto i soci stranieri, così da avere, al rinnovo, una Mediobanca più italiana. Detto che a venerdì scorso nessuna disdetta era ancora arrivata in Piazzetta Cuccia, neppure in via informale, osservatori accreditati segnalano la probabile uscita di Sal Oppenheim, banca del gruppo Deutsche, che oggi controlla l’ 1,70 per cento. Con la stessa quota e le medesime intenzioni sembra muoversi l’altro partner tedesco, Commerzbank, anche se un sostanziale miglioramento delle posizioni finanziarie avvenuto nelle ultime settimane , potrebbe portare a maturazione il rinvio della decisione. Probabile anche l’uscita di un altro socio estero, la famiglia spagnola Botin, le cui attività sono raccolte nella holding Santusa all’interno del Banco di Santander. Solo con queste tre possibili uscite il patto peserebbe il 5,24 per cento in meno. Va poi considerato che anche alcuni soci italiani — Mais dei Seragnoli o Vittoria assicurazioni — potrebbero preferire avere mani libere, limando ulteriormente la quota sindacata. Lo stesso potrebbe fare, sulla spinta di un momento non facile, il gruppo Fondiaria Sai. Per tutti sono due, correlate, le controindicazioni: chi vende oggi lo fa a un prezzo inferiore al valore di carico. Così a fronte di un’entrata si dovrà contabilizzare una perdita e a bilancio le partecipazioni andranno svalutate. Incrementi Se il primo socio ha già annunciato, per voce dell’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, la volontà di confermare la propria posizione all’ 8,66 per cento, altri potrebbero muoversi per incrementare il proprio pacchetto. Il primo possibile socio in aumento è Dorint, la holding lussemburghese di Diego Della Valle che ha già la facoltà di apportare al patto azioni fino al 2 per cento del totale del capitale sociale, oltre 12,2 milioni di azioni pari all’ 1,52 per cento mancante. Governance Nella direzione di una Mediobanca più snella va anche la proposta di riforma dei comitati che il socio Unicredit porterà particolare, dei comitati nomine e remunerazioni. vogliono toccare questi istituti deve essere rispettata, anche in questo caso, la scadenza del 22 luglio e della successiva assemblea straordinaria. Attualmente il comitato nomine, organo di elevata valenza strategica, è composto da sei membri, tre manager e tre azionisti: Renato Pagliaro, Alberto Nagel e Francesco Saverio Vinci per Mediobanca, più Dieter Rampl (Unicredit, in rappresentanza dei soci bancari), Vincent Bolloré (Financière de Perguet, soci esteri) e Marco Tronchetti Provera (Pirelli, soci industriali). A questi si aggiunge Roberto Bertazzoni (Smeg, esterno), per le nomine di natura interna. Il progetto è di scendere da sei a cinque componenti, anche per facilitare il voto, come di cinque membri sarà composto il futuro comitato remunerazioni. Chi lascerà libera la poltrona? Il principio dell’indipendenza del management suggerisce che il sacrificio sia compiuto sul lato degli azionisti, ma tutto deve ancora essere definito. Ultimo punto che anima le discussioni, la presenza delle fondazioni di origine bancaria. Nessuna delle attuali azioniste (Cr in Bologna con il 2,5 per cento; Montepaschi con l’ 1,9; CrTorino con lo 0,6; Cr Padova e Rovigo con lo 0,5) è legata al patto e nulla lascia supporre che lo saranno nel prossimo futuro. Possibile invece che la Fondazione Montepaschi alleggerisca la propria partecipazione anche fino a una totale alienazione delle azioni. Di certo il rappresentante informale di questo mondo, Marco Parlangeli, ex direttore generale della fondazione Mps, consigliere di Mediobanca, è in scadenza di mandato e non verrà rinnovato.

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