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Mediobanca, piano di crescita per gestire i grandi patrimoni

L’ultimo piano industriale di Mediobanca, che si è concluso a giugno, prevedeva la liquidazione di buona parte delle partecipazioni societarie. Il nuovo, illustrato ieri dall’ad Alberto Nagel, traghetta definitivamente l’istituto di Piazzetta Cuccia fuori dall’eredità storica di un business suddiviso a metà tra la banca d’affari e la holding di partecipazioni. Infatti, il nuovo piano prevede tre linee di business – corporate e investment banking, consumer banking e wealth management – di pari dignità e complementari, con le partecipazioni dimezzate nel peso a fine periodo (nel 2019) e con un ruolo rivistato in chiave di riserva patrimoniale a sostegno dello sviluppo delle altre aree. Lo scopo – ha spiegato ieri Nagel – è di ottenere a fine piano «una banca più forte, solida e meno rischiosa», con l’obiettivo di recuperare lo sconto sul book value che, seppure in misura inferiore rispetto agli altri istituti di credito, grava anche sulla valutazione borsistica di Mediobanca. Si parte da un contesto difficile dove le variabili macroeconomiche, la tecnologia e la regolamentazione stanno rivoluzionando il quadro in cui operano le banche. Chi non cambia è perduto è la filosofia, ma Mediobanca ritiene che anche in questo contesto ci siano opportunità da cogliere per chi parte da basi solide.
«Siamo l’unica banca di crescita e non di ristrutturazione», ha sottolineato ieri Nagel con gli analisti. A grandi linee il riposizionamento strategico del gruppo punta ad accrescere la capacità di generare ricavi, con un risultato operativo che passerà da 0,7 a 1 miliardo; ad accrescere la capacità di generare capitale (1 miliardo di patrimonio netto in tre anni) e un common equity tier 1 che, in assenza di acquisizioni, passerebbe dal 12% al 14%; a completare la trasformazione in un gruppo bancario altamente diversificato e concentrato su attività a elevata remunerazione, con il contributo al risultato operativo delle attività bancarie destinato a crescere dall’attuale 60% all’80%.
La fotografia di quello che è oggi il business di Mediobanca e di quello che diventerà con gli obiettivi di piano è ben riassunto in una delle slide che sono state presentate ieri. Facendo riferimento sempre all’utile operativo lordo, oggi il 37% viene dalle partecipazioni (in primis da Generali), il 36% dall’attività retail, il 20% dal corporate e investment banking e il 7% dal wealth management. A fine piano, il contributo delle partecipazioni si dimezzerà quasi al 20%, l’area consumer e l’attività corporate risulteranno sostanzialmente paritetiche (33% la prima, 32% la seconda), il wealth management raddoppierà al 15%.
In quest’ultimo comparto si parte da tre acquisizioni realizzate nell’ultimo anno – Cairn, Barclays e, da ultimo, Banca Esperia – che ancora devono essere completamente integrate per sviluppare sinergie. Il ritorno del capitale allocato (Roac) in quest’area è atteso “esplodere” dall’8% al 20%. È di ieri l’annuncio che Mediobanca ha rilevato per 141 milioni il 50% di Banca Esperia da Mediolanum (per quest’ultima l’operazione è stata seguita da Rothschild), ottenendo così il controllo al 100% della banca che si occupa di gestioni patrimoniali per clientela top. Ma la crescita potrà essere accelerata ancora con ulteriori acquisizioni, dal momento che le esigenze di ristrutturazione stanno portando molti operatori esteri ad abbandonare il campo del private banking in Italia.
Nel settore dei prestiti al consumo, dove il Roac è già oggi del 16%, si prevede un ulteriore miglioramento per salire al 20%, contando sui punti di forza di Compass, per la quale è previsto un completamento della copertura distributiva. Nell’investment banking, il ritorno che oggi è del 9% è previsto salga al 13% (nei momenti d’oro si arrivava anche al 16%-17%) con un flusso di attività che – nelle attese -sarà alimentato dal consolidamento dei settori finanziario, delle infrastrutture, dell’energia, del lusso e dell’alimentare; nell’M&A dalle acquisizioni dall’estero verso l’Italia; dallo sviluppo delle attività legate alla gestione dei non performing loans; nel capital market dal ricambio generazionale nel mondo delle medie imprese. Il Cib ricomprende anche factoring, credit management e in prospettiva il leasing. Vengono scorporate invece le funzioni di holding che prima erano allocate all’area.
Le partecipazioni che oggi offrono la maggior remunerazione del capitale allocato col 17%, scenderanno al 12% a fine piano, dato che cambiano le regole sulla partecipazione in Generali (fino al 2018 sarà possibile dedurla a metà, da inizio 2019 si dovrà dedurla integralmente). Dalla cessione del 3% di Generali (per una stima di 800-900 milioni) e da altre partecipazioni è previsto un introito di 1,3 miliardi, una somma che sarà utilizzata in buona parte (fino a 1 miliardo) per finanziare la crescita esterna se, come si pensa, si presenteranno occasioni dalle prospettive più remunerative, oppure per accrescere il pay-out (oggi al 40%), distribuendo più dividendi agli azionisti.
Il piano industriale è stato corredato da un riassetto organizzativo dell’area corporate e investment banking, con la nomina di Francisco Bachiller quale nuovo co-head, in affiancamento a Stefano Marsaglia con base a Londra; e con la nomina di un country manager per l’Italia, Francesco Canzonieri, figura mai esistita prima in Mediobanca.

Antonella Olivieri

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