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Mediobanca pensa allo scambio su Generali

La Borsa separa i destini delle quote di Rcs e Telecom nel portafoglio di Mediobanca. Entrambe le partecipazioni dovevano essere liquidate nell’arco dell’esercizio che chiude a giugno. Invece, il 6,25% della casa editrice resta per ora congelato e contribuirà a esprimere il nuovo consiglio se si riuscirà a presentare una lista condivisa dai maggiori azionisti. Mentre è confermato il realizzo dell’1,64% di Telecom che Mediobanca otterrà dalla scissione di Telco non appena le autorità sudamericane daranno il loro benestare, che si prevede arrivi tra fine marzo e l’inizio della primavera. Ma la novità più rilevante sul fronte delle dismissioni riguarda quel 3% di Generali che dovrà trovare sistemazione entro giugno del 2016: non più cessione frazionata sul mercato, come per gli altri pacchetti da smantellare, bensì utilizzo delle azioni come moneta per costruire progetti industriali, preferibilmente nel risparmio gestito. È?lo stesso ad di Mediobanca, Alberto Nagel, a chiarire la politica degli smobilizzi nel giorno in cui sono stati illustrati agli analisti i dati del semestre, chiuso con risultati superiori alle attese – ricavi a 1.014,2 milioni (+15,9%) e utili per 260,6 milioni- che sono stati premiati in Piazza Affari con un rialzo del titolo del 4,5% a 7,83 euro. Con il 6,25% Mediobanca è ancora il terzo maggior azionista di Rcs e poichè i prezzi di Borsa sono inferiori al prezzo di carico (1,25 euro rispetto a 1,17 ieri in chiusura) è «verosimile – ha spiegato Nagel – che non ci siano le condizioni per poter cedere la partecipazione nelle prossime settimane» e che quindi l’istituto serà ancora azionista rilevante quando i soci saranno chiamati a esprimersi sul nuovo consiglio (le liste vanno depositate entro il 29 marzo).

Mediobanca è pronta a votare una lista per il board Rcs «che abbia qualità e autorevolezza e che sia condivisa dai principali soci». L’obiettivo è insediare un consiglio che sia maggiormente titolato «ad affrontare e risolvere» i problemi posti dal settore dell’editoria e dal profilo finanziario dell’azienda. Che ha ancora sulle spalle mezzo miliardo di debito ereditato dalla sfortunata acquisizione della spagnola Recoletos.
Nessun ripensamento invece su Telecom, che ieri ha recuperato in Borsa più del 5% sfiorando 1 euro in chiusura, rispetto al prezzo di carico che per Mediobanca è di 55 centesimi. «Ci aspettiamo di essere in condizione di vendere la partecipazione in Telecom da qui a giugno – ha detto Nagel – Riteniamo che il processo autorizzativo in corso possa chiudersi a cavallo tra il nostro terzo e il quarto trimestre». Si attendono ancora gli ok delle autorità antitrust brasiliana e argentina.
Quanto a Generali, la quota nella compagnia triestina – pari oggi a circa il 13,2% – ha un valore di libro di 2,96 miliardi. Nessun rilievo da parte della Bce, che dal 4 novembre ha la supervisione di vigilanza, sulla ponderazione del 370% ai fini dei ratio. L’alleggerimento del 3%, comunque entro giugno 2016, probabilmente non peserà sul mercato, perchè nella banca e nel consiglio sta maturando l’idea di procedere piuttosto a uno « scambio delle azioni con asset coerenti con il nostro iter di sviluppo bancario» – ha spiegato Nagel – vale a dire, in particolare, attività di alternative investment management e wealth gathering. Nel primo settore Mediobanca guarda principalmente all’estero, nel secondo all’Italia. Esclusa invece un’acquisizione o una fusione con una banca popolare. «Non ci sarebbero sinergie tenuto conto che il modello di banca retail (CheBanca!, ndr) che abbiamo lanciato è fortemente innovativo», ha sottolineato l’ad. Potrebbe esserci invece interesse per eventuali «attività di risparmio gestito o basi di clientela» che venissero messe in vendita. L’attenzione al processo di consolidamento che, con la trasformazione in Spa, interesserà anche le Popolari è quindi limitata al ruolo di banca d’affari. Anche sul fronte della “bad bank” di sistema Mediobanca è pronta a dare una mano, se si troverà una soluzione efficiente, in grado di superare il problema degli aiuti di Stato.
Per tornare ai risultati del semestre, la crescita dei ricavi è stata sostenuta in particolare dall’aumento delle commissioni (+36% a 260 milioni), dal trading (il cui contributo è passato da 17 a 83 milioni), e dal margine d’interesse (+2% a 548 milioni) su cui ha inciso anche la ripresa degli impieghi, cresciuti del 4%. L’utile netto risulta in calo rispetto ai 304,7 milioni dello stesso periodo precedente che beneficiava di maggiori utili da dismissioni (151,2 milioni contro 15,3 milioni). Nel semestre sono state cedute partecipazioni per 80 milioni che si aggiungono agli 840 milioni realizzati nel primo esercizio del piano. Il Roe si attesta al 7%. Da segnalarel’utile operativo del comparto corporate e investment banking, quadruplicato a 171 milioni, e il raddoppio della raccolta indiretta di CheBanca! a 2,1 miliardi. La solidità patrimoniale dell’istituto è confermata da un core tier 1 all’11% (12,65% fully phased).

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