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Mediobanca: nuovo corso e fondi al 40% nel capitale

E dopo l’ok nei giorni scorsi alla nuova governance dell’istituto, mercoledì si chiude la finestra a disposizione dei soci per comunicare le disdette al patto di Mediobanca. L’attesa è per il rinnovo automatico per altri due anni e un’ulteriore limatura della quota sindacata, che si collocherebbe così intorno al 30%, dall’attuale 31,8%.
La riduzione del perimetro vincolato è in atto da tempo. Un processo che, liberando flottante, favorisce l’ingresso di investitori istituzionali italiani e soprattutto internazionali, che hanno raggiunto un peso sul capitale pari a circa il 40%. Nel solo ultimo biennio sono stati collocati sul mercato i pacchetti detenuti da Groupama, UnipolSai e Generali, per un totale di quasi l’11% del capitale. L’accordo parasociale, sottoscritto per la prima volta nel 1955 ed esteso a soci esteri nel 1958, dal 1988, cioè dalla «privatizzazione» dell’istituto, fino al 2002 ha blindato circa metà del capitale. Nel 2003, con l’ingresso dei francesi guidati da Vincent Bolloré, la quota sale al 56,72%, percentuale che al rinnovo del 2004, dopo alcuni aggiustamenti passa al 55,4%. Da allora il patto dimagrisce: nel 2007 scende al 47,9% dopo disdette fra le quali Fiat e Telecom, quindi progressivamente si arriva al 41% nel 2012 e al 30,05% dell’ultimo rinnovo nel gennaio 2014.
In fondo si tratta di un processo, che ovviamente dipende solo dalla volontà degli azionisti, coerente con il nuovo corso dell’istituto voluto dall’amministratore delegato Alberto Nagel: contestualmente inizia una progressiva e massiccia cessione di partecipazioni e l’abbandono del ruolo di holding. Dal 2004 al 2010 ne sono state vendute per circa 3,3 miliardi: Fiat, Ciment Francais (gruppo Pesenti), Commerzbank, Fonsai, Mediolanum, Pininfarina, Intesa Sanpaolo, Ferrari e Finmeccanica. In alcuni casi, come si vede, si tratta di quote su cui si fondava il ruolo di cassaforte al centro del capitalismo italiano coltivato per decenni da Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi: patto e partecipazioni spesso incrociate, allora, disegnavano insieme questo tipo di «missione» per l’istituto.
La svolta
Ed è proprio la vocazione della banca che cambia dal 2004, con un’accelerazione impressa dal piano 2014-2016, che ha previsto una riduzione del portafoglio equity per altri 2 miliardi, cifra che porta dunque a circa 5,3 miliardi le cessioni totali. Per completare questo capitolo delle linee strategiche è prevista entro fine 2016 la dismissione (attraverso vendita o scambio di asset) del 3% di Generali. Le risorse liberate sono state dirette al rafforzamento del core business bancario, anche retail con Chebanca!, allo sviluppo (da zero) all’estero, al rafforzamento del cuore della banca d’affari, cioè il corporate & investment banking.
L’avvio delle cessioni, preliminari all’uscita dai patti di sindacato, è dunque legata al cambio di passo dell’istituto e precede la Grande crisi che dal 2008 ha in pratica portato a una generale ritirata del reticolo di patti e partecipazioni per ragioni legate anche a motivi regolatori e regolamentari ma soprattutto alla necessità di recuperare all’interno risorse che altrimenti sarebbero rimaste vincolate e indisponibili. Per Mediobanca la contestuale riduzione dei perimetri del patto e delle partecipazioni ha significato poi un sostanziale taglio all’area delle potenziali operazioni fra parti correlate, con un guadagno in chiarezza apprezzato in genere dagli investitori internazionali in una banca d’affari.
La ritirata generale dei patti non va però considerata un dissolvimento: in Piazza Affari sono ancora in vigore 77 accordi parasociali, dei quali 40-50 riguardano quote importanti del capitale, mentre altre sono relative a partecipazioni più limitate. Nel caso di Piazzetta Cuccia, che ha un azionariato frazionato (sono 19 i soci con azioni vincolate), la presenza di un patto (che si riunisce in media due volte l’anno) viene considerata utile perché in tal modo alcune decisioni, anzitutto relative alle nomine degli organi sociali, sono assunte con un confronto e con procedimenti definiti e chiari. In altre società con un certo numero di soci rilevanti si ricorre comunque ad accordi parasociali temporanei finalizzati per lo più alla elezione del consiglio.
Previsioni
Tornando al rinnovo del patto di Mediobanca, la cui soglia minima di capitale perché non decada automaticamente è stata portata da tempo dal 30 al 25%, le previsioni convergono, come si è detto, per una limatura intorno al 30%. Alcuni grandi soci, a partire dal primo (con l’8,6%) UniCredit, hanno già fatto sapere che l’accordo andrà avanti. E fra gli azionisti significativi solo per il gruppo Pesenti, che nel precedente rinnovo aveva svincolato l’1% conservando nell’accordo l’1,6%, alcune fonti indicano che potrebbe fare un ulteriore passo indietro. Il consiglio del gruppo bergamasco, che nel frattempo ha ceduto il controllo al gruppo tedesco HeidelbergCement, è stato convocato per domani e in quella sede sarà presa la decisione. Per il resto non sono attesi particolari scosse per il patto sempre più «light» di Mediobanca.

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