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Mediobanca nell’agenda Del Vecchio Doppio incontro con Nagel e i Doris

Dietro le quinte Leonardo Del Vecchio sta tessendo rapporti sul fronte Generali-Mediobanca (di entrambe il patron di Luxottica è azionista di peso). L’atteso faccia a faccia tra Del Vecchio e l’ad di Mediobanca Alberto Nagel c’è stato ma nell’ambito di un incontro formale, presente lo staff di investor relations, per illustrare il nuovo piano triennale di Piazzetta Cuccia varato l’11 novembre. L’imprenditore degli occhiali avrebbe ribadito le parole di apprezzamento già espresse pubblicamente sul piano, benchè in precedenza le sue posizioni fossero suonate critiche sulle strategie della banca perchè, a suo dire, troppo poco focalizzata sull’investment banking.

Ma non è finita qui. Se da ultimo si è parlato di una visita all’ad di Generali Philippe Donnet – secondo alcuni finalizzata a rassicurare il management della compagnia – Del Vecchio, a quanto risulta, ha voluto incontrare anche Ennio e Massimo Doris, con Mediolanum che, dopo l’uscita di UniCredit, è diventata il primo singolo azionista del patto di consultazione. Con i Doris Del Vecchio probabilmente non ha nascosto l’intenzione di salire ulteriormente nel capitale di Mediobanca, rispetto al quasi 10% già raggiunto. Anche perché è noto che stia preparando il terreno per chiedere l’autorizzazione Bankitalia/Bce a salire con l’aiuto di Vittorio Grilli a tenere i rapporti con le istituzioni. L’ex ministro ed ex direttore del Tesoro attualmente è chairman del corporate e investment banking per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa e chairman per l’Italia della banca Usa, ma in questa fase si starebbe muovendo in modo informale.

L’uscita di Mediolanum che ha deciso di svalutare la quota del 3,28% in Mediobanca e di spostarla nelle partecipazioni disponibili per la vendita avrebbe a che fare solo relativamente con i colloqui con Del Vecchio, che comunque risalgono alla fine dell’anno scorso. Di fondo c’è anche una questione tecnica a giustificare la mossa. Infatti quest’anno, per la prima volta, sarà il consiglio uscente di Mediobanca a proporre la lista di “maggioranza” per il rinnovo dell’organo consiliare e non più invece il patto, “depotenziato” a patto di pura consultazione. Non sarebbe più giustificato insomma mantenere la partecipazione al prezzo storico di 13 euro, valutazione che incorpora un premio di maggioranza rispetto alle quotazioni attuali (-1,02% ieri a 9,482 euro). Tuttavia l’ad di Mediolanum, Massimo Doris, ha voluto aggiungere che così la compagnia ora avrà mani libere di fronte a svolte non gradite. Se cioè Del Vecchio dovesse salire ancora nel capitale, divenendo l’azionista dominante e volesse cambiare la governance di conseguenza, l’indipendenza e le strategie di Mediobanca sarebbero messe in discussione e Mediolanum, in quel caso, sarebbe pronta a liquidare la partecipazione.

Una posizione che non è risolta sul mercato, a scorrere almeno le note – uscite ieri – di Citi e Kepler. Gli analisti della banca Usa hanno applicato uno sconto governance al titolo, considerando poco chiare le strategie del nuovo investitore e che gli ultimi movimenti rappresentino un rischio per la storia di Mediobanca. Sulla stessa falsariga Kepler che denuncia preoccupazione per la scarsa visibilità sull’evoluzione della governance, considerato anche che a ottobre scade tutto il consiglio. Del resto sui mercati internazionali c’è poca dimestichezza con la fattispecie degli imprenditori-banchieri. Su 120 banche vigilate dalla Bce solo cinque hanno un socio non finanziario con più del 10%: in quattro casi si tratta di famiglie presenti nel capitale fin dalla bondazione, in uno nel riflesso di un processo di salvataggio.

Per quanto riguarda Mediobanca lo scontro in realtà pare lo scenario meno probabile. Scontato che il board a ottobre riproporrà l’assetto di vertice attuale con il presidente Renato Pagliaro e l’ad Alberto Nagel, anche se è altrettanto evidente che nel compilare la lista – la macchina si metterà in moto a partire dalla primavera – non si potrà non tener conto che nel capitale è spuntato un nuovo azionista con una quota, alla peggio, forte del 10%, quasi quanto il patto che è rimasto al 12,5%.

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