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Mediobanca, la svolta di Nagel

E adesso, dopo il cambio della guardia in Generali, che cosa accadrà in Mediobanca, primo azionista della compagnia? Nel momento in cui Del Vecchio, Caltagirone, De Agostini, Fondazione Crt eleggono il titolo a metro di misura del management, è legittimo chiedersi se anche altri soci, quelli di Mediobanca, vogliano fare lo stesso. Certo, le azioni negoziabili di Mediobanca sono pari al 45% contro il 70% delle Generali, ma l’azionariato stabile è molto più frazionato e i due poli più forti, Unicredit e i francesi di Vincent Bolloré, non hanno interesse a destabilizzare il quadro. L’avessero avuto, quale miglior momento di questo in cui Renato Pagliaro e Alberto Nagel se la giocavano sulla rimozione di Giovanni Perissinotto?
Dalla Borsa, tuttavia, vengono segnali di sofferenza. La capitalizzazione di Mediobanca è precipitata a 2,6 miliardi. A fine 2006, ultimo anno buono prima della Grande Crisi, la banca di Piazzetta Cuccia valeva 14,5 miliardi. Allora il pacchetto Generali concorreva per il 40% della capitalizzazione, oggi per il 70%. Se si considera la deludente performance borsistica del Leone va registrato un calo ancor più drastico nel valore delle attività tipiche della banca.
La Grande Crisi pesa sia sulle fonti di reddito sia sul modello Mediobanca, che è in fase di cambiamento tanto negli affari quanto nei rapporti di potere, con il management tornato a governare l’intero bilancio dopo 7-8 anni nei quali, uscito di scena Vincenzo Maranghi, la politica delle partecipazioni era stata soggetta alla penetrante influenza degli azionisti. Alcune fonti di reddito si stanno inaridendo. Le fusioni, le acquisizioni, i collocamenti in Borsa scarseggiano. Si fanno ristrutturazioni del debito e salvataggi, questo sì. Il caso Premafin-Fonsai è il più importante. Ma la domanda di credito industriale è fiacca. E bisogna andarci piano con l’assunzione di posizioni in proprio perché la raccolta, come si è visto nell’autunno 2011, può congelarsi rapidamente. Fino al 1993, quando il Testo unico bancario rilanciò la banca mista, Mediobanca disponeva di una conveniente raccolta affidata alle banche Iri sue azioniste, le quali portavano pure i clienti. La Mediobanca storica traeva incarichi e compensi dalle società cui partecipava a supporto dei soci di comando.
Gradualmente, quel mercato captive è venuto meno. L’elenco delle partecipazioni e dei soci di Mediobanca di oggi è molto diverso da quello di 15 anni fa. La presa sul mercato risulta assai meno ovvia. Delle tre banche azioniste è rimasto solo Unicredit. Ai certificati di deposito si è sostituita la più volatile raccolta obbligazionaria. Fiat fa parte per sé stessa, Orlando è sparito, Montedison idem, la Fonsai dei Ligresti finirà probabilmente all’Unipol, cliente ma non dipendente da Piazzetta Cuccia. I principali soci di oggi — tranne Pirelli — non hanno più intrecci azionari con la ditta. La presenza di Berlusconi è ormai puramente finanziaria. È stata una separazione lunga 10 anni; in parte l’hanno dettata i soci che non volevano più esser tali (Fiat, per esempio), in parte Mediobanca stessa per alleggerire il portafoglio e in parte viene dalla regolazione di Basilea che spiazza l’antica logica cucciana per cui il free capital andava investito in partecipazioni anziché in Btp: oggi infatti, a differenza dei Btp, le partecipazioni assorbono patrimonio di vigilanza, e dal 2014, se non interverranno correzioni, Mediobanca dovrà defalcare dal proprio patrimonio 400 milioni l’anno per 5 anni allo scopo di ammortizzare il suo 13,5% di Generali.
È in tale contesto che le difficoltà di Generali si riflettono su Mediobanca. E non tanto perché è accaduto l’impensabile (le quotazioni della compagnia sotto il valore al quale sono registrate nel bilancio di Mediobanca), quanto perché più di un analista scrive che la compagnia ha bisogno di 5 miliardi di nuovo capitale. Se vi aggiungiamo il rischio di svalutare i prestiti subordinati sottoscritti in Fonsai, ecco perché la Borsa teme che Mediobanca si trovi costretta a sua volta a un aumento di capitale per due scopi impopolari come tenere le posizioni a Trieste e turare eventuali falle a Firenze.
La rapidità del cambio della guardia potrebbe avere tra le sue ragioni anche il timore che Perissinotto potesse precostituire, in vista dell’assemblea per il rinnovo delle cariche nel 2013, un gruppo di soci amici (Roberto Meneguzzo con Veneto Banca, l’oligarca ceco Petr Kellner, ma forse anche il fondo americano BlackRock, potenziale alleato di Assogestioni, si sussurra di una fondazione) capace di insidiare il listone di Mediobanca e alleati, costretti comunque a stare assieme per evitare sorprese con la nuova normativa sul voto assembleare dei fondi.
Ma al di là dei retroscena piccanti e del rapporto competitivo con Intesa (critica su Fonsai, pro Perissinotto, ma senza mettersi mai davvero di traverso) c’è la ben più rilevante esigenza di ottenere un rilancio della compagnia ad opera di un nuovo leader credibile, com’è Mario Greco, e finanziabile vendendo le banche svizzere acquistate da Perissinotto (Banca del Gottardo, Buc di Lugano). Con le Generali che tornano all’onor del mondo (e con il successo dell’operazione Unipol-Fonsai), cesserebbe la pressione ribassista sul titolo Mediobanca. E a quel punto, per Nagel e Pagliaro si aprirebbe l’opportunità di cedere una quota della partecipazione Generali, così da allentare la morsa di Basilea e migliorare il patrimonio di vigilanza, già pari a un confortevole 11%.

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