Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Mediobanca il Patto va alla prova di resistenza

di Stefano Righi

Tre mesi fa, il 28 dicembre 2010, è stato ritoccato il patto di sindacato che governa il 44,34 per cento di Mediobanca, la società di Piazzetta Cuccia che è da sempre il salotto buono della finanza italiana, crocevia di interessi, luogo di affari e relazioni, gli uni spesso intimamente legati con le altre. Cassa di compensazione Lo si è visto di recente, con il caso FondiariaSai, al cui salvataggio sta lavorando Unicredit dopo che la Consob ha bloccato la cavalcata dei francesi di Groupama. La conferma è arrivata da Generali. La compagnia triestina è la multinazionale della finanza italiana e Mediobanca di questa macchina da soldi è il primo azionista con oltre il 14 per cento del capitale. La relazione è chiara, diretta: chi comanda in Piazzetta Cuccia conta a Trieste. Le società sono distinte, il management ha ampia autonomia, ma le forze degli uni riverberano sugli altri, nel controllo del capitale, nella nomina degli amministratori, nell’indirizzo da dare al management . Per questo alla luce della clamorosa alzata di scudi da parte di Vincent Bolloré, che prima si è astenuto dall’approvare il bilancio 2010 e successivamente ha criticato, proprio dalle colonne del Corriere della Sera, l’operato del management triestino, in particolare i rapporti con l’imprenditore praghese Petr Kellner (titolare del gruppo Ppf ) — che controlla un pacchetto di azioni pari al 2,02 per cento di Generali — e poi l’acquisizione di una quota di minoranza della banca russa Vtb per circa 300 milioni di dollari — o p e r a z i o N e considerata da Bolloré eccessivamente onerosa per le Generali — è opportuno fare chiarezza sui pesi e contrappesi che condizionano da l o N t a N o l a compagnia di Trieste. Capire chi comanda e con quali vincoli. Appunto, accendere una luce sul complesso sistema di rapporti che governano il salotto buono della finanza, 11 anni dopo la morte del suo eponimo, Enrico Cuccia. Cuccia creò un gruppo utilizzando il capitale delle tre Bin di allora, le banche di interesse nazionale. Alla Banca Commerciale Italiana e al Credito Italiano andarono quote uguali, pari al 35 per cento del capitale, al Banco di Roma il restante 30 per cento. Diviso per tre Di quella tripartizione ora resta poco. Mediobanca oggi è quotata alla Borsa di Milano e vale poco sopra i 7 euro per azione. Ma sul mercato non sono disponibili tutte le azioni, il 44,34 per cento del totale — quasi 382 milioni di titoli per un controvalore di circa 2,8 miliardi di euro — sono vincolate e quindi rese indisponibili al pubblico indistinto proprio dall’esistenza del famoso patto di sindacato, che scadrà fra poco più di nove mesi, il 31 dicembre 2011. Dietro alla più celebre tra le banche d’affari italiane siedono oggi tre gruppi di azionisti (vedi tabella a fianco): il gruppo A è composto da istituti di credito, il B da azionisti privati, il C da investitori esteri. La divisione in gruppi non è banale né casuale. È scritto nelle premesse dell’accordo «che costituiscono parte integrante dello stesso» , che «è precluso ad un soggetto partecipante ad un gruppo divenire partecipante dell’altro gruppo» . Il perché è proprio nella volontà di garantire l’equilibrio tra i soci, al punto che gli investitori esteri non possono possedere complessivamente una percentuale superiore all’ 11 per cento di Mediobanca e con singole partecipazioni non superiori al 2 per cento, salvo Financière du Perguet che è autorizzata a possedere fino a 5 per cento e Groupama, che può salire fino al 3. Dal 21 settembre 2010 è stato poi esteso al gruppo Bolloré, che è dietro alla Financière du Perguet, la facoltà di acquisire fino a 8,9 milioni di azioni Mediobanca da vincolare al patto. Quindi Bolloré può salire ancora. Ma questa, come potete vedere, non è l’unica eccezione. Anzi, proprio perché tutti i pattisti hanno facoltà di recedere dal patto rivolgendosi al presidente, Bolloré potrebbe considerare prossimamente una sua diversa posizione all’interno del board di Piazzetta Cuccia. Il patto sembra comunque destinato a continuare oltre la scadenza di fine anno. Scioglierlo non è semplice: è nato per dare stabilità alla banca. Tanto che al punto 11 degli accordi parasociali, è evidenziato come per sciogliere il patto sia necessaria la richiesta di soci che «rappresentino almeno il 30 per cento del capitale di Mediobanca» e il totale della quota in mano agli investitori esteri raggiunge il 10 per cento. È quindi necessario che altri muovano per scardinare il complesso reticolo di norme che reggono la banca gestita dal presidente Renato Pagliaro e dall’amministratore delegato Alberto Nagel, ma questa ipotesi è estremamente remota. Tutti presenti all’appello Come detto il patto è stato recentemente aggiornato. Lo scorso dicembre Italcementi ha perfezionato l’operazione di vendita alla controllante Italmobiliare dei 12 milioni di azioni Mediobanca vincolate al patto, portando a un totale di 22,5 milioni il totale delle azioni indisponibili (2,62 per cento del capitale). Ma è stata una operazione di riequilibrio all’interno di un medesimo gruppo industriale e di azionisti pattisti. Un gruppo tra i tanti big dell’industria e della finanza italiana che vanno dalla Mediolanum del duo Doris-Berlusconi, alla Fondiaria dei Ligresti, alle stesse Generali, a Groupama, fino alla Dorint di Diego Della Valle, alla Edizione dei Benetton, alla Fininvest, ai Ferrero e ai Fumagalli, alla famiglia Gavio e a Pirelli. Ci sono tutti. E da lì il reticolo delle partecipazioni e degli intrecci che si dipanano è molto esteso, presente su molti mercati. In quello assicurativo, ad esempio, tre soci di Mediobanca messi assieme coprono da soli ben oltre il 40 per cento del mercato italiano delle polizze auto, un rubinetto di liquidità per tutte le compagnie.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sono sessantasei i fascicoli di polizze infortuni in favore dei dirigenti di cui si sono perse le tr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Questo shock senza precedenti potrebbe causare qualche vittima tra le banche». Un Ignazio Visco i...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Non sarà possibile avere il Recovery Fund in funzione dal primo gennaio 2021 e anche il Bilancio ...

Oggi sulla stampa