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Mediobanca, il patto scende al 31% Rinnovo per due anni, esce Candy

Il patto di Mediobanca viene rinnovato per altri due anni con qualche limatura. Ieri si è chiusa la finestra per comunicare le disdette: Italmobiliare (Pesenti) ha svincolato lo 0,56% e resta nell’accordo con l’1%; il gruppo Zannoni «libera» lo 0,05% e passa allo 0,25%, esce Candy, che partecipava con lo 0,13%. La quota complessiva vincolata nel patto scende così dal 31,82% al 31,09%.
Solo piccoli cambiamenti dunque e scatta il rinnovo automatico (la soglia minima è prevista al 25%) dal gennaio 2016 al 31 dicembre 2017. «Siamo molto soddisfatti che azionisti di qualità ci seguano nel lungo termine», ha detto l’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel. Il quale, interpellato poi sulle voci di un possibile interesse dell’istituto per gli sportelli italiani di Barclays al fine di rafforzare CheBanca, ha risposto che per quest’ultima il gruppo ha in mente un «percorso autonomo di crescita».
E Piazzetta Cuccia, coerentemente con la strategia di dismissione delle partecipazioni, ha aderito ieri all’offerta su Pirelli di Marco Polo industrial holding (controllata da ChemChina e da Marco Tronchetti Provera con i soci Camfin) consegnando in Opa il suo 3%. Un passo comunque preannunciato da Nagel che ai primi di agosto, presentando i conti agli analisti, aveva spiegato che avrebbe preferito il conferimento all’Offerta pubblica d’acquisto rispetto alla vendita del pacchetto sul mercato. L’incasso lordo si aggira sui 215 milioni.
Come si prevedeva, il patto di Mediobanca si colloca così per area vincolata intorno ai minimi storici. La riduzione del perimetro è del resto in atto da tempo: fino al 2002 l’accordo ha blindato circa la metà del capitale; nel 2003, con l’ingresso dei francesi guidati da Vincent Bolloré, la quota è salita al 56,7%, percentuale che dopo qualche aggiustamento è passata nel 2004 al 55,4%. Da allora il patto è dimagrito, processo che liberando flottante ha favorito l’ingresso degli investitori, soprattutto internazionali, arrivati oggi a un peso sul capitale sociale pari a circa il 40%.
Nel solo ultimo biennio sono stati collocati sul mercato i pacchetti detenuti da Groupama, UnipolSai e Generali, per un totale di quasi l’11%. E in effetti, al rinnovo del gennaio 2014, la quota nel patto era scesa al 30,05%, per poi risalire al 31,8% con l’incremento della partecipazione da parte di Bolloré, secondo azionista con il 7,9% dietro a Unicredit, primo con l’8,6%. Anche in virtù della progressiva riduzione del perimetro, nel luglio 2014 il patto ha cambiato governance, semplificando regole e assetti. In particolare sono stati aboliti i tre gruppi, soci bancari, industriali ed esteri.
Il patto più leggero e semplice e la contestuale vendita di partecipazioni per circa 5 miliardi dal 2004, strategia perseguita da Nagel che ha impresso un cambio di passo nell’istituto con l’abbandono del ruolo di holding e la concentrazione di risorse nel core business bancario, hanno portato a una riduzione dell’area delle potenziali operazioni fra parti correlate. Con vantaggi di chiarezza che hanno contributo probabilmente a favorire l’interesse da parte dei fondi internazionali.

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