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Mediobanca, Generali valuta l’uscita

Esiste una delibera del consiglio di amministrazione delle Generali risalente ancora a fine 2010 in cui il board stabilì che nessuna partecipazione poteva più essere considerata strategica e, soprattutto, che si sarebbe dovuto superare tutte le eventuali situazioni in cui il pacchetto, per varie ragioni, poteva risultare difficilmente liquidabile. La quota che il Leone ha in Mediobanca, il 2% vincolato al patto di sindacato, fa evidentemente parte di questa categoria. E, come tale, verrà presumibilmente trattata. Certo, da Trieste fanno sapere che «nessuna decisione è ancora stata presa». E, d’altra parte, non potrebbe essere altrimenti. Il tema è potenzialmente di competenza del management ma è plausibile immaginare che vista la rilevanza della questione possa esserci almeno un passaggio in consiglio di amministrazione. In quest’ottica, entro fine mese si dovrebbe tenere un board della società. La data dovrebbe essere quella del prossimo 27 settembre e quella potrebbe essere la sede adatta perché l’amministratore delegato Mario Greco presenti al consiglio la propria proposta. Giusto in tempo per la scadenza del 30 settembre, ultimo giorno utile per inviare la disdetta.
Uno dei soci rilevanti, Mediobanca, per voce del suo ceo, Alberto Nagel, ha già fatto intendere come la pensa in merito. Nagel ha “raccomandato” l’uscita dal patto anche in un’ottica di migliore allocazione del capitale. Certo l’addio all’accordo non significa l’immediata liquidazione del pacchetto. Anzi, considerato che Fondiaria Sai è obbligata a vendere entro fine anno il proprio 3,83% di Mediobanca, e per questo l’advisor Equita si metterà al lavoro nei prossimi giorni, si cercherà di evitare i rischi legati a un eccesso di carta sul mercato. Ieri sulla scia dei conti Piazzetta Cuccia ha guadagnato il 2,54% a 5,24 euro. In ogni caso, la mossa richiede valutazioni approfondite. Certo, sciogliere l’incrocio con il principale socio resta una delle priorità nell’agenda del Leone. Tuttavia, ogni passo va compiuto nel tempo opportuno, in modo da poter valorizzare al massimo l’asset. Finora le scelte effettuate in tema di cessione di partecipazioni non strategiche si sono rivelate azzeccate. Il primo passo è stato la decisione di non aderire all’aumento di capitale Rcs, chiamandosi di fatto fuori dal progetto di rilancio e ristrutturazione dell’azienda. Il secondo è stato quello di dire no alla possibile uscita da Pirelli. Quando i Malacalza hanno acquistato poco meno del 7% della società degli pneumatici anche le Generali figuravano tra i potenziali venditori. Tuttavia, Trieste avrebbe scelto di restare tra i soci della Bicocca. Il prezzo pagato dagli imprenditori genovesi è stato di 7,8 euro per azione, inferiore a quelle che erano le quotazioni del titolo in quel momento e soprattutto lontano dal valore attuale di Pirelli che ieri ha chiuso a 9,54 euro (il 22% in più). Infine, la primavera scorsa le Generali hanno disdettato il patto di Agorà, ossia la scatola che tramite Marco Polo Holding, ha il 40% della Save. Il Leone è socio al 10% di Finint e controlla il 33,5% di Agorà e sta trattando per cedere al meglio la propria quota che, in trasparenza è pari a oltre un 13% dello scalo veneto. Un pacchetto importante (leggi altro articolo in pagina) e che potrebbe spostare sensibilmente gli equilibri all’interno dell’azionariato. In virtù di questo e in ragione del forte apprezzamento del titolo, in un anno è più che raddoppiato, Trieste intende strappare il miglior prezzo possibile.

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