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Mediobanca, cambierà il patto di sindacato

Mediobanca è un cantiere sempre aperto. Dopo avere smontato gli accordi su Telecom e Rcs e avviato la cessione della partecipazione non più strategica nelle tlc, con positivi riflessi sulla trimestrale chiusa con 171 milioni di utile (160 milioni le medie attese dagli analisti), la banca d’affari meneghina avvia riflessioni sul patto di sindacato, rinnovato a settembre per due anni sul 30,05% delle quote.
Ai margini dell’assemblea di bilancio 2012-2013 è emerso che diversi azionisti penserebbero a rivedere i termini del patto parasociale, che vincola le quote e i loro diritti di voto. In una fase in cui simili accordi sono bollati come obsoleti e passé da tutti (anche illustri storici pattisti come Carlo Pesenti), il presidente del patto Angelo Casò e quello della merchant Renato Pagliaro avvieranno, presto, riflessioni su come riformare l’accordo, da svolgere entro la prossima assemblea di ottobre 2014. A quella data scade anche il cda Mediobanca (di 22 componenti e che si intende snellire) e sarà chiaro quali azionisti i francesi chiameranno a sostituire Groupama. L’accordo di voto potrebbe trasformarsi in un più leggero patto di consultazione, e la scansione triplice tra gruppi di pattisti A (banche), B (industriali), C (stranieri) potrebbe cadere. «Non ci sono novità rispetto a quanto comunicato il 30 settembre su rinnovo, tipologia e composizione dell’accordo», ha fatto sapere la presidenza del patto. A stretto giro è arrivata la smentita soft di Tarak Ben Ammar, membro del cda e rappresentante dei soci francesi: «Per ora il patto funziona. Poi dobbiamo vedere anche cosa prevederà la nuova legge sull’Opa», che potrebbe far scattare l’obbligo di offerta anche sotto la soglia del 30%.
Gli investitori, che ieri hanno comprato l’azione Mediobanca fino a 6,54 euro (+3,32%), hanno preferito soppesare l’incremento del margine di interesse (+4,4% dal trimestre giugno-settembre 2012), il calo dei costi (-2,9%). Ma l’utile ha beneficiato di cessioni da partecipazioni per 79,5 milioni, e soprattutto della plusvalenza (59 milioni) nella telefonia – più volte e fortemente svalutata – con la discesa nella holding Telco dall’11,62 al 7,34%. La contestuale cessione a Telefonica di una quota del prestito soci porta invece nella tesoreria di Mediobanca titoli dell’operatore spagnolo per95 milioni. I ricavi del gruppo nei tre mesi scendono dell’8,2% a 416,3 milioni, e risentono di commissioni in calo del 18% e accantonamenti su crediti in rialzo del 15%. Ma i crediti non sono mai stati il primo problema di Mediobanca. «Alla revisione degli asset condotta dalla Bce ci presentiamo con numeri degni di attenzione – ha detto l’ad Alberto Nagel -. Le attività deteriorate rappresentano il 16% del patrimonio netto, contro una media delle bancheitaliane del 120%». Difatti Moody’s, ieri, ha indicato in Carige, Bpm, Mps, Credito Valtellinese, Banco popolare gli istituti per cui «sarà difficile far fronte alla necessità di capitale con risorse private», a seguito dello scrutinio2014 dell’Eurotower.
Nagel in assemblea ha avuto anche un commento sulla politica italiana. A chi chiedeva se fosse vicino a Matteo Renzi del Pd, il manager ha risposto: «Sono per quelli che fanno». Ai soci ha ricordato che «l’Italia può agganciare un certo tipo di ripresa economica se a livello di classe dirigente, civile e politica, non si limita all’analisi ma realizza decisioni ancheimpopolari ma dovute».
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