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Mediobanca argina i danni da Covid: ricavi stabili

Mediobanca archivia senza eccessivi danni un esercizio impattato nel finale dall’effetto Covid e l’ad Alberto Nagel riconferma i target del piano presentato lo scorso autunno, anche se i prossimi mesi risentiranno ancora dell’onda lunga della crisi pandemica.

L’esercizio chiuso al 30 giugno riporta ricavi stabili a 2,5 miliardi che sarebbero arrivati a 2,6 miliardi, vale a dire il 3% in più dell’anno precedente, senza gli impatti del Covid che si sono scaricati soprattutto sul trimestre aprile-giugno. Ma è in particolare sull’utile che ha pesato il virus. Il risultato netto riportato in bilancio è sceso infatti a 600 milioni, a causa prevalentemente di oneri non ricorrenti, legati sempre al Covid, per 285 milioni, di cui l’80% relativi all’ultimo trimestre. In aggiunta c’è stata la svalutazione di Ram per 65 milioni, dal momento che il comparto dei fondi sistemici ha subito perdite che non giustificavano di mantenere il valore al prezzo di costo di due anni fa. Senza il Covid i risultati reddituali sarebbero stati sostanzialmente in linea con quelli dell’anno scorso, a 1.080 milioni l’utile lordo.

Il Core equity tier 1, in compenso, è balzato al 16,1% e non solo per i dividendi trattenuti, che spiegano di 50 punti base il miglioramento del parametro di vigilanza. Rispetto al terzo trimestre, quando il Cet1 era del 13,9%, 25 punti base di incremento sono dovuti all’autofinanziamento (utili realizzati) e 65 punti base dipendono da nuove regole relative alla partecipazione detenuta in Generali che hanno permesso di liberare capitale.

Nell’ultimo trimestre l’utile netto si è attestato a 48 milioni, mentre sarebbe stato di 217 milioni senza sorprese sanitarie, con ricavi a 606 milioni contro i 650 milioni rettificati.

L’esercizio appena iniziato dovrebbe scontare un primo semestre ancora complicato e un secondo semestre invece in miglioramento con una previsione di utili finali non molto dissimili da quelli realizzati quest’anno, intorno quindi ai 600 milioni.

Nonostante tutto, il management ha confermato «le linee strategiche, gli obiettivi, la politica di ottimizzazione del capitale e di remunerazione degli azionisti» previsti dal piano industriale al 2023. Dal 2021 è previsto il «ritorno a una politica di distribuzione tra le migliori del settore tramite erogazione di dividendi cash e riacquisto di azioni proprie». «Se Bce e Covid lo permetteranno», ha chiosato Nagel.

Mediobanca intanto incassa la soddisfazione di aver condotto in porto l’Opas di Intesa su Ubi (è l’advisor finanziario). L’inizio di una nuova ondata di consolidamento nel settore finanziario, alla quale Piazzetta Cuccia guarda con interesse per alimentare il suo core business. Nagel ha ammesso che il percorso è ricominciato in un modo che non si sarebbe mai aspettato, ma «che sia stata una banca grande ad aver comprato una banca media dà l’idea di che tipo di consolidamento sia auspicato dal regolatore». «Sicuramente ora si intensificheranno i merger talk come sta già avvenendo», ha osservato l’ad di Mediobanca, che ritiene tuttavia prematuri i tempi per l’avvio di un processo di consolidamento a livello europeo.

Mentre la Delfin di Leonardo Del Vecchio è in attesa dell’ok Bce a salire al 20% del capitale, Nagel mette le mani avanti: «A me interessa che sia portato avanti il piano che è stato condiviso con tutti i principali azionisti e confermato oggi. Sono fiducioso che il prossimo consiglio sarà in grado di realizzarlo e convinto che le condizioni di governance lo consentiranno». Intanto, in vista dell’assemblea di bilancio del 28 ottobre che dovrà rinnovare anche il board, l’ad prospetta che il consiglio proporrà modifiche statutarie in linea con le attese del mercato. Si guarda all’eliminazione della clausola che vincola la scelta dell’ad ai dirigenti del gruppo con oltre tre anni di anzianità.

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