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Mediobanca apre gli archivi. Le verità (finanziarie) del ‘900

Alla Mediobanca di Enrico Cuccia si può adattare facilmente il principio che la Banca d’Inghilterra fece proprio nei tormentati anni tra le due guerre mondiali: «never explain, never apologise», «mai spiegare, mai giustificarsi». Il principio di assoluta riservatezza, quasi impenetrabilità, che il suo governatore Montagu Norman adottò rispondeva all’idea che il banchiere centrale dovesse godere di una chiara autonomia nelle scelte di politica monetaria. Derivava però anche dall’esperienza di banchiere privato che ne aveva preceduto l’ascesa ai vertici della Banca d’Inghilterra. L’accostamento tra i principi di Norman, che amava depistare i giornalisti viaggiando in incognito, e la proverbiale riservatezza di Cuccia non è casuale. Al motto di Norman Cuccia non dovette rimanere insensibile quando, giovane funzionario presso la delegazione di Londra della Banca d’Italia, compì il proprio primo vero apprendistato tra il 1931 e il 1933. L’esperienza nella City fu fondamentale nella sua formazione di banchiere, gli permise di osservare e assimilare un ethos professionale che lo avrebbe poi distinto dalla maggior parte dei banchieri italiani, facendone un protagonista dello sviluppo dell’economia italiana. Negli anni ’50 e ’60 Mediobanca finanziò e offrì consulenza alle grandi imprese dei settori con cui l’Italia riduceva la distanza dalla frontiera tecnologica (meccanica, chimica, siderurgia), sperimentò i primi fondi di investimento e il credito al consumo, perseguì una strategia di internazionalizzazione che si reggeva principalmente sull’intesa con André Meyer della Lazard Frères di New York.
L’apertura dell’Archivio storico di Mediobanca, intitolato al successore di Cuccia alla guida dell’istituto, Vincenzo Maranghi, non violerà nella sostanza lo spirito dei principi di riservatezza cui la banca di via Filodrammatici e il suo primo “costruttore” si sono ispirati per decenni. Sarà anzi, verosimilmente, la premessa per poter finalmente verificare e misurare in modo analitico quali ne fossero lo stile di lavoro e la prassi operativa. Si potrà così capire se e in qual modo questo «snodo» del capitalismo italiano sia stato un promotore della crescita o, come taluni sostengono, un semplice nume tutelare degli equilibri esistenti che avrebbero minato dinamismo e capacità innovative dei gruppi industriali maggiori. È ragionevole pensare che le carte di Mediobanca ci offriranno non solo l’occasione di riflettere su scelte e strategie di Cuccia, ma daranno anche una prospettiva nuova sui comportamenti e sulle effettive capacità di innovare e competere delle grandi imprese. In fondo, Mediobanca è sempre stata un ottimo giudice, per quanto severo, del merito di credito delle imprese, mettendo a punto metodi e strumenti di analisi e vaglio che le permettevano di capire quando fosse preferibile farsi «strappare un affare dalla concorrenza», come accadde con la Sir di Nino Rovelli o quando evitò ogni rapporto con aziende piene di interrogativi come la Parmalat di Calisto Tanzi. Sarà forse questo il senso delle parole — «durezza e taglio uralici» — con cui Mattioli donò a Cuccia il tagliacarte che è divenuto il bastone di comando dell’istituto alla sua inaugurazione.
Le aspettative che si nutrono verso il lavoro paziente e delicato di un archivio storico come quello di Mediobanca sono, né potrebbe essere diversamente, molte. La riservatezza di Cuccia ha avuto lo stesso effetto di quella di Norman: ne ha alimentato una dilatazione della percezione dei suoi poteri in termini irrazionali, secondo i meccanismi propri della formazione dei miti. All’analisi delle carte, secondo il mestiere dello storico, il compito di riportare alla vera dimensione storica un grande banchiere del Novecento.

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